Di fiori un serto vivido, che Apollo a noi presenti In Elicona è solito destar vaghi concenti. E quei Poeti miseri che non san fare un corno Fiori a raccor divertonsi per tutto il santo giorno. A questo io stesso m'occupo, che sono un di costoro, E stanco poi distendomi sotto un opaco alloro. Or dunque il frutto nobile della fatica mia Umil presento, e inchinomi a Vostra Signoria. Spero che in volto placido accetterete il dono E dell'ardir, che presimi darete a me perdono. Prendetelo di grazia, e quindi se mai fia, Che in un vasetto pongasi, o in quello che si sia, Quell'acqua sì odorifera, quell'acqua istessa, Al Precettor buonissima per celebrar la Messa. Se dopo tante prediche che far non ne sapete Nel cacator buttatelo, o dove mai volete. Basta, che di riceverlo non isdegniate almeno, Del resto cosa importami? sarò contento appieno. " /> LEOPARDI, Giacomo (1798-1837). Manoscritto letterario autografo in forma di lettera, <I>una pagina 4°</I> con indirizzo pure autografo (<I>Alla Nobil Donna La Sig.ra Con.sa Virginia Mosca Leopardi. In Sue mani</I>), datato <I>25. Giugno 1810</I> e intitolato <I>Alla Signora Con.sa Virginia Leopardi</I>. Questi diciotto versi martelliani (composti da un settenario sdrucciolo e uno piano), nell'Indice d'autore dei propri scritti "puerili", è indicato come risalente al 1811 (ma, annota Amoretti editore del testo su "Resine", XXII, 84, aprile-giugno 2000, il particolare si spiega col fatto che di molte di queste composizioni Leopardi conservava più stesure successive). Il componimento mostra qualche barlume del Leopardi a venire; la figura della nonna - scrive Amoretti - "vi è delineata con tenerezza affettiva: il 'volto placido' e la naturale gentilezza alimentano un modello femminile che possiamo ritrovare ancora nelle pagine del diario sentimentale del 1817, dove Gertrude, pesarese al pari di Virginia, è lodata per le 'maniere benigne, e, secondo me, graziose, lontanissime dalle affettate, molto meno lontane dalle primitive, tutte proprie delle Signore di Romagna e particolarmente delle Pesaresi, diversissime, ma per una certa qualità inesprimibile, dalle nostre Marchegiane'": <I>Di fiori un serto vivido, che Apollo a noi presenti In Elicona è solito destar vaghi concenti. E quei Poeti miseri che non san fare un corno Fiori a raccor divertonsi per tutto il santo giorno. A questo io stesso m'occupo, che sono un di costoro, E stanco poi distendomi sotto un opaco alloro. Or dunque il frutto nobile della fatica mia Umil presento, e inchinomi a Vostra Signoria. Spero che in volto placido accetterete il dono E dell'ardir, che presimi darete a me perdono. Prendetelo di grazia, e quindi se mai fia, Che in un vasetto pongasi, o in quello che si sia, Quell'acqua sì odorifera, quell'acqua istessa, Al Precettor buonissima per celebrar la Messa. Se dopo tante prediche che far non ne sapete Nel cacator buttatelo, o dove mai volete. Basta, che di riceverlo non isdegniate almeno, Del resto cosa importami? sarò contento appieno</I>. | Christie's