Canti Orfici fu insomma oggetto di quello che è poi, in primo luogo, un apologo sul senso della poesia - nel suo doppio versante: di catastrofica valenza privata e periclitante, sempre cagionevole, statuto "pubblico". Quell'oggetto, diceva in sostanza Campana in preda ai suoi deliri d'esaltazione, equivaleva né più né meno che alla sua vita - era il suo "corpo mistico" insomma; e lo spregiudicato binomio di Lacerba, Ardengo Soffici e Giovanni Papini, s'era invece permesso di trattarlo come uno qualsiasi fra i mille manoscritti di sconosciuti... Un manoscritto, quello de Il più lungo giorno ora qui presentato in vendita, che venne ritrovato solo nel 1971 (anche se è possibile, ipotizza Cacho Millet, che Soffici lo avesse trovato ben prima, fra le sue carte: ma sempre troppo tardi per restituitlo a chi nel frattempo era morto, nel manicomio di Castel Pulci dove era rinchiuso dall'inizio del 1918, nel 1932...; non a caso Valeria Soffici, nel ricordare quella vicenda, disse una volta Cacho Millet che quando trovò Il più lungo giorno sentì di avere per le mani "una bomba"...). A darne notizia, in cinque clamorose colonne del "Corriere della Sera", fu il 7 giugno di quell'anno Mario Luzi. Era stata la figlia di Soffici a rinvenire infine, durante un trasloco, il fatale manoscritto, fra le carte del padre a Poggio a Caiano: a quasi sessant'anni dallo smarrimento. Evento traumatico (che sono in molti, in effetti, a considerare decisivo, nel decorso clinico della psiche del poeta), questo, al quale era inoltre conseguito il mito corollario - ma di eccezionale e primaria fortuna presso i letterati posteriori - della riscrittura "a memoria" (così Campana nella lettera a Cecchi citata come in quella, più violenta, scritta in francese a Giovanni Boine: forse non a caso i due unici critici che seppero riconoscere nei Canti Orfici la vera voce nuova del tempo) di un originale perduto e inattingibile. Immagine quanto mai 'orfica', a ben vedere, e infatti - anche - del tutto immaginaria. Già Domenico De Robertis, autore dell'edizione critica e della riproduzione anastatica del manoscritto perduto e ritrovato (pubblicata da Vallecchi nel 1973, con introduzione di Enrico Falqui), si espresse in tono assai scettico in un articolo del '76 ("il lavoro di ricostruzione non avvenne, checché ne dicesse l'autore [...] a forza di memoria, salvo quello che apparteneva ormai al solo manoscritto, come intervento estemporaneo all'atto della stesura [...] E' quello della riscrittura a memoria dei Canti, il mito che va sfatato e senza alcun rimpianto"); ma è stato il massimo ricercatore e studioso delle carte campaniane, il già menzionato "detective filologico" Gabriel Cacho Millet, ad aver definitivamente fugato tale romantica e immaginosa versione (nel suo bellissimo volume Dino Campana sperso per il mondo. Autografi sparsi 1906-1918, Olschki, 2000: volme nel quale sono riportate per la prima volta anche le altre cose di cui parlava Campana a Cecchi) ricordando il particolare decisivo di quella lettera di Soffici che del resto lo stesso Campana, come s'è visto, citava in quella a Cecchi (una magnifica lettera da Soffici), e che Soffici stesso ha una volta ricordato come Campana portasse sempre con sé - a mostrarla a tutti, quasi prova a carico nei confronti dei propri involontari "persecutori": una lettera inedita ma datata 22 settembre 1914 (successiva, dunque, alla riscrittura e alla stampa degli Orfici, a Marradi: il contratto per la stampa reca la data del 7 giugno), con la quale il pontifex di Poggio a Caiano annunciava all'autore di non riuscire in alcun modo a trovare il manoscritto consegnato l'anno precedente a Papini. Dunque, conclude Cacho Millet, "Campana [...] in coincidenza, non in conseguenza, con lo smarrimento del manoscritto de Il più lungo giorno, rielabora il libro che chiamerà Canti Orfici. Libro che egli avrebbe riscritto comunque". Evidentemente tanto il manoscritto intitolato Il più lungo giorno che quello intitolato Canti Orfici discendono entrambi da un originale (andato in séguito, questo sì, definitivamente perduto), sul quale il poeta esemplò la stampa del '14. De Robertis lo deduceva, peraltro, già dall'analisi del manoscritto: "di ritorno sulle proprie carte si trattò certamente, e non di ritrovamento nella memoria [...] Il confronto coll'autografo ritrovato, e la perfetta sovrapponibilità di parti anche di notevole estensione, il rispecchiarsi nel testo del 1914 sia di lezioni primitive del manoscritto, sia, in altri casi, di correzioni compiute su di esso, provano inequivocabilmente l'impossibilità di un'operazione così aleatoria, tanto più con un testo per sua intima natura in perenne movimento, e postulano, a norma di filologia, un comune e redazionalmente abbastanza definito esemplare". Probabilmente era proprio quest'originale comune il manoscritto che molti suoi contemporanei hanno testimoniato Campana portasse sempre con sé. E' stato Federico Ravagli (Dino Campana e i goliardi del suo tempo, preziosa operina del 1942 recentemente ristampata da Pàtron per le cure di Marco A. Bazzocchi) a rammentare che aveva "sempre con sé gelosamente il manoscritto delle sue prose e de' suoi versi: per averli sottomano quando gli fosse venuto l'estro di rileggere, di limare, di rifinire [...] Mi pare ancora di vederlo con quel suo cappello rotondo, di feltro, e il giacchettone dalle tasche ampie, piene di fogli di carta, di libretti". Non è evidentemente passato da questa sorta di scrittoio ambulante e di fortuna contenuto nelle capacissime tasche del poeta-clochard il nostro manoscritto: che, fatte salve le marche del tempo che si descriveranno, risulta al contrario in perfetto ordine e ospita per di più una "bella copia, di scrittura sciolta e nitida; in taluni tratti [...] senz'ombra di pentimenti né di correzioni" (De Robertis). Se c'è qualcosa di commovente, anzi, è proprio la cura maniacale con la quale Campana si sforzò di 'ripulire' questa redazione alla quale attribuiva, con ogni evidenza, tutte le sue speranze di esistenza "pubblica"; prima del fattaccio dello smarrimento aveva infatti scritto a Prezzolini, il 6 gennaio 1914: Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato [...] Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha il diritto di essere ascoltata. Per questo si può capire, da parte del poeta, la scelta di quella che nella sua ingenuità gli dovette sembrare una carta di pregio (e che fa infatti deciso contrasto con le condizioni pietose in cui si presentano altri suoi autografi, letterari e non): "un antico volumetto rimasto bianco, trovato chissà dove, la cui composizione si può far risalire alla prima metà del secolo XVIII" (De Robertis). Probabilmente lo stesso Campana in età infantile, o qualcun altro prima di lui, aveva peraltro iniziato a usare il quaderno in questione in senso inverso a quello poi usato per trascrivere Il più lungo giorno: infatti all'ultima pagina (n.n. come le altre, ma 144; la scritta in questione non è visibile nell'edizione anastatica citata), su due righe in inchiostro violetto si legge Problema Una carozza (e Una carozza si legge pure, sempre in senso inverso, a p. 14 tra le righe della scrittura di Campana; mentre una mano diversa, alla pagina seguente, a lapis blu-violetto, ha grossolanamente vergato una serie di operazioni aritmetiche. Ma il quaderno venne scelto da Campana, si diceva, per il pregio della carta (pesante e, in parte, filigranata: "un fiore a otto petali a forma di margherita con due foglie simmetriche ma leggermente sfasate e gambo terminante con un bottoncino": De Robertis): è composto di tre fascicoli di 12 fogli ciascuno, per un totale di 72 carte (ossia appunto 144 pagine n.n.), ed è legato in cartone ruvido semirigido (con macchie di umidità, come pure alcune delle carte interne, specie ai margini). Tranne le pp. [n.n., si ripete per l'ultima volta] 53-56, 109-111 e 140-144, lasciate in bianco, le pagine sono per intero ricoperte dalla scrittura autografa del poeta, compreso il rovescio del piatto anteriore della copertina dove sono scritti a caratteri cubitali titolo dell'opera e nome dell'autore. Al celebre frontespizio, oltre al nome di Campana ripetuto due volte, le epigrafi: da Nietzsche, E come puro spirito varca il ponte e L'incesso e il passo dei vostri pensieri tradiscono la vostra origine; da A[ndré]. G[ide]. Essere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista ecco ciò che importa; da "N.N." Solo il dolore è vero (ripetuta, quest'ultima, anche in esergo al primo componimento, La notte mistica dell'amore e del dolore Scorci bizantini e morti cinematografiche: che negli Orfici diverrà semplicemente La Notte); al controfrontespizio figura invece, ironia della sorta, una citazione dal Giornale di bordo proprio di Soffici. Le correzioni, come detto piuttosto rare, sono spesso d'altro inchiostro ma certo della stessa mano. Il quaderno comprende i seguenti componimenti: 1. La notte mistica dell'amore e del dolore Scorci bizantini e morti cinematografiche, pp. 3-39 [= La Notte, nei Canti Orfici]; 2. La Chimera, pp. 40-41 [idem nei CO]; 3. Giardino autunnale (Firenze), pp. 42-43 [idem]; 4. La petite promenade du poète (Firenze), pp. 43-44 [idem]; 5. Il canto della tenebra (Tono minore), pp. 44-45 [senza il sottotitolo nei CO]; 6. Scirocco serale (Piazza S. Petronio), p. 46 [assente nei CO = Vecchi versi nei "Versi sparsi"]; 7. L'invetriata, p. 47 [idem nei CO]; 8. Sul torrente notturno. La speranza, pp. 48-49 [= La speranza nei CO]; 9. La notte di fiera, pp. 49-51 [= La sera di fiera nei CO]; 10. "Amo le vecchie troie", p. 51 [assente dai CO, ma = Notturno teppista nei "Versi sparsi"]; 11. Firenze, pp. 51-52 [idem]; 12. Il mattino: il pellegrinaggio: le sorgenti, pp. 57-97 [= La Verna]; 13. Alba, pp. 98-102 [= Immagini del viaggio e della montagna]; 14. Giro d'Italia in bicicletta (1o arrivato al traguardo di Marradi), pp. 103-104 [assente nei CO]; 15. Ma un giorno", pp. 105-107 [= Viaggio a Montevideo nei CO]; 16. Il viaggio e l'incidente [titolo complessivo assente dai CO, corrispondente però a Passeggiata in tram in America e ritorno, Pampa e Genova, qui intertitolato invece Il canto di Genova. Preludii mediterranei e mancante di due stanze], pp. 112-139. In conclusione - ma con Campana non si dovrebbe mai concludere -, ci potranno essere (forse) manoscritti poetici di maggior valore letterario e (senz'altro) documenti di maggiore rilievo storico; ma non crediamo ci siano dubbi che Il più lungo giorno, per la nube mitologica (e "mitobiografica") che si porta dietro, nonché per il valore di involontario quanto irresistibile apologo che riveste, sia niente'altro che il più affascinante manoscritto del Novecento italiano. " /> CAMPANA, Dino (1885-1932). <I>Caro Cecchi, le dò parola d'onore che le dico ora pura verità. Non so come fare a descrivere quei fiorentini. Li ho mandati a sfidare 4 volte in due anni senza risultato</I> [...] <I>Un mese fa ho scritto a Papini che andavo a Firenze con un buon coltello per lui e mi ha risposto gentilmente. Volevo bastonarlo a morte. Se provocava un processo non m'importava. La sua vigliaccheria risultava evidente</I> [...]<I> Posso provare che Papini e Soffici sono ladri spie venduti e vigliacchi soprattutto</I> [...] <I>Tre anni fa ero tornato all'Università a Bologna a fare il quarto anno di chimica pura. Quelli del mio paese che mi avevano sempre perseguitato con una infamia e una ferocia tutte lazzaronescamente italiane e clericali, risultando che io non ero altro che un avanzo di galera perché varie volte ero stato rimpatriato pidocchioso e stracciato (sfuggivo le loro infamie) mi fecero fare dalla polizia una persecuzione che mi impedì di continuare</I> [...] <I>fuggii sui miei monti, sempre bestialmente perseguitato e insultato e scrissi in qualche mese i canti Orfici includendo cose già fatte. Dovevano essere la giustificazione della mia vita perché io ero fuori dalla legge, prima che finissi di morire assassinato colla complicità del governo, in barba lo Statutoi. Venuto l'inverno andai a Firenze all'Acerba a trovare Papini che conoscevo di nome. Lui si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restituì il giorno dopo e in un caffé mi disse che non era tutto quello che si aspettava (?) ma era molto molto bene e m'inviò alle giubbe rosse per la sera. Io ero un povero disgraziato esausto avvilito vestito da contadino con i capelli lunghi e un po' parlavo troppo bene un po' tacevo</I> [...] <I>Per tre o quattro giorni andò avanti poi Papini mi disse che gli rendessi il manoscritto ed altre cose che avevo, che l'avrebbe stampato sull'Acerba. Ma non lo stampò. Io partii non avendo più soldi </I>[...]<I> e poi seppi che il manoscritto era passato nelle mani di Soffici. Scrissi 5 o 6 volte inutilmente per averlo e mi decisi di riscriverlo a memoria, giurando di vendicarmi se avevo vita. Quegli sbirri fecero così perché mi sapevano strettamente sorvegliato e contro me tutto era lecito</I> [...] <I>Provai a lasciare l'Italia e fui arrestato e rimpatriato al mio paese tra fischi e gli insulti. Dovevo quindi morire invece sono solo mezzo paralitico (paresi) e ho resistito ancora un anno e mezzo perché riscrissi a memoria il manoscritto (forse alcune idiotaggini non c'erano nel manoscritto di Soffici) trovai i soldi per la stampa e in capo all'anno ricevetti una magnifica lettera da Soffici la cui impassibilità era certamente stata scossa dal sapermi ancora vivente</I>. Quello narrato in questa, che è con ogni probabilità la più celebre delle bellissime lettere di Dino Campana (raccolte da Gabriel Cacho Millet nel volume <I>Souvenir d'un pendu</I>, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985), è insieme il "giallo" filologico e lo "scandalo" letterario del secolo. Il "mitico" manoscritto con la prima redazione di quelli che Campana stampò in proprio, nella natìa Marradi, col titolo <I>Canti Orfici</I> fu insomma oggetto di quello che è poi, in primo luogo, un apologo sul senso della poesia - nel suo doppio versante: di catastrofica valenza privata e periclitante, sempre cagionevole, statuto "pubblico". Quell'oggetto, diceva in sostanza Campana in preda ai suoi deliri d'esaltazione, equivaleva né più né meno che alla sua vita - era il suo "corpo mistico" insomma; e lo spregiudicato binomio di <I>Lacerba</I>, Ardengo Soffici e Giovanni Papini, s'era invece permesso di trattarlo come uno qualsiasi fra i mille manoscritti di sconosciuti... Un manoscritto, quello de <I>Il più lungo giorno</I> ora qui presentato in vendita, che venne ritrovato solo nel 1971 (anche se è possibile, ipotizza Cacho Millet, che Soffici lo avesse trovato ben prima, fra le sue carte: ma sempre troppo tardi per restituitlo a chi nel frattempo era morto, nel manicomio di Castel Pulci dove era rinchiuso dall'inizio del 1918, nel 1932...; non a caso Valeria Soffici, nel ricordare quella vicenda, disse una volta Cacho Millet che quando trovò <I>Il più lungo giorno</I> sentì di avere per le mani "una bomba"...). A darne notizia, in cinque clamorose colonne del "Corriere della Sera", fu il 7 giugno di quell'anno Mario Luzi. Era stata la figlia di Soffici a rinvenire infine, durante un trasloco, il fatale manoscritto, fra le carte del padre a Poggio a Caiano: a quasi sessant'anni dallo smarrimento. Evento traumatico (che sono in molti, in effetti, a considerare decisivo, nel decorso clinico della psiche del poeta), questo, al quale era inoltre conseguito il mito corollario - ma di eccezionale e primaria fortuna presso i letterati posteriori - della riscrittura "a memoria" (così Campana nella lettera a Cecchi citata come in quella, più violenta, scritta in francese a Giovanni Boine: forse non a caso i due unici critici che seppero riconoscere nei <I>Canti Orfici</I> la vera voce nuova del tempo) di un originale perduto e inattingibile. Immagine quanto mai 'orfica', a ben vedere, e infatti - anche - del tutto immaginaria. Già Domenico De Robertis, autore dell'edizione critica e della riproduzione anastatica del manoscritto perduto e ritrovato (pubblicata da Vallecchi nel 1973, con introduzione di Enrico Falqui), si espresse in tono assai scettico in un articolo del '76 ("il lavoro di ricostruzione non avvenne, checché ne dicesse l'autore [...] a forza di memoria, salvo quello che apparteneva ormai al solo manoscritto, come intervento estemporaneo all'atto della stesura [...] E' quello della riscrittura a memoria dei <I>Canti</I>, il mito che va sfatato e senza alcun rimpianto"); ma è stato il massimo ricercatore e studioso delle carte campaniane, il già menzionato "detective filologico" Gabriel Cacho Millet, ad aver definitivamente fugato tale romantica e immaginosa versione (nel suo bellissimo volume <I>Dino Campana sperso per il mondo. Autografi sparsi 1906-1918</I>, Olschki, 2000: volme nel quale sono riportate per la prima volta anche le <I>altre cose</I> di cui parlava Campana a Cecchi) ricordando il particolare decisivo di quella lettera di Soffici che del resto lo stesso Campana, come s'è visto, citava in quella a Cecchi (<I>una magnifica lettera da Soffici</I>), e che Soffici stesso ha una volta ricordato come Campana portasse sempre con sé - a mostrarla a tutti, quasi prova a carico nei confronti dei propri involontari "persecutori": una lettera inedita ma datata 22 settembre 1914 (successiva, dunque, alla riscrittura e alla stampa degli <I>Orfici</I>, a Marradi: il contratto per la stampa reca la data del 7 giugno), con la quale il pontifex di Poggio a Caiano annunciava all'autore di non riuscire in alcun modo a trovare il manoscritto consegnato l'anno precedente a Papini. Dunque, conclude Cacho Millet, "Campana [...] in coincidenza, non in conseguenza, con lo smarrimento del manoscritto de <I>Il più lungo giorno</I>, rielabora il libro che chiamerà <I>Canti Orfici</I>. Libro che egli avrebbe riscritto comunque". Evidentemente tanto il manoscritto intitolato <I>Il più lungo giorno</I> che quello intitolato <I>Canti Orfici</I> discendono entrambi da un originale (andato in séguito, questo sì, definitivamente perduto), sul quale il poeta esemplò la stampa del '14. De Robertis lo deduceva, peraltro, già dall'analisi del manoscritto: "di ritorno sulle proprie carte si trattò certamente, e non di ritrovamento nella memoria [...] Il confronto coll'autografo ritrovato, e la perfetta sovrapponibilità di parti anche di notevole estensione, il rispecchiarsi nel testo del 1914 sia di lezioni primitive del manoscritto, sia, in altri casi, di correzioni compiute su di esso, provano inequivocabilmente l'impossibilità di un'operazione così aleatoria, tanto più con un testo per sua intima natura in perenne movimento, e postulano, a norma di filologia, un comune e redazionalmente abbastanza definito esemplare". Probabilmente era proprio quest'originale comune il manoscritto che molti suoi contemporanei hanno testimoniato Campana portasse sempre con sé. E' stato Federico Ravagli (<I>Dino Campana e i goliardi del suo tempo</I>, preziosa operina del 1942 recentemente ristampata da Pàtron per le cure di Marco A. Bazzocchi) a rammentare che aveva "sempre con sé gelosamente il manoscritto delle sue prose e de' suoi versi: per averli sottomano quando gli fosse venuto l'estro di rileggere, di limare, di rifinire [...] Mi pare ancora di vederlo con quel suo cappello rotondo, di feltro, e il giacchettone dalle tasche ampie, piene di fogli di carta, di libretti". Non è evidentemente passato da questa sorta di scrittoio ambulante e di fortuna contenuto nelle capacissime tasche del poeta-<I>clochard</I> il nostro manoscritto: che, fatte salve le marche del tempo che si descriveranno, risulta al contrario in perfetto ordine e ospita per di più una "bella copia, di scrittura sciolta e nitida; in taluni tratti [...] senz'ombra di pentimenti né di correzioni" (De Robertis). Se c'è qualcosa di commovente, anzi, è proprio la cura maniacale con la quale Campana si sforzò di 'ripulire' questa redazione alla quale attribuiva, con ogni evidenza, tutte le sue speranze di esistenza "pubblica"; prima del fattaccio dello smarrimento aveva infatti scritto a Prezzolini, il 6 gennaio 1914: <I>Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato </I>[...] <I>Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha il diritto di essere ascoltata</I>. Per questo si può capire, da parte del poeta, la scelta di quella che nella sua ingenuità gli dovette sembrare una carta di pregio (e che fa infatti deciso contrasto con le condizioni pietose in cui si presentano altri suoi autografi, letterari e non): "un antico volumetto rimasto bianco, trovato chissà dove, la cui composizione si può far risalire alla prima metà del secolo XVIII" (De Robertis). Probabilmente lo stesso Campana in età infantile, o qualcun altro prima di lui, aveva peraltro iniziato a usare il quaderno in questione in senso inverso a quello poi usato per trascrivere <I>Il più lungo giorno</I>: infatti all'ultima pagina (n.n. come le altre, ma 144; la scritta in questione non è visibile nell'edizione anastatica citata), su due righe in inchiostro violetto si legge <I>Problema Una carozza</I> (e <I>Una carozza</I> si legge pure, sempre in senso inverso, a p. 14 tra le righe della scrittura di Campana; mentre una mano diversa, alla pagina seguente, a lapis blu-violetto, ha grossolanamente vergato una serie di operazioni aritmetiche. Ma il quaderno venne scelto da Campana, si diceva, per il pregio della carta (pesante e, in parte, filigranata: "un fiore a otto petali a forma di margherita con due foglie simmetriche ma leggermente sfasate e gambo terminante con un bottoncino": De Robertis): è composto di tre fascicoli di 12 fogli ciascuno, per un totale di 72 carte (ossia appunto 144 pagine n.n.), ed è legato in cartone ruvido semirigido (con macchie di umidità, come pure alcune delle carte interne, specie ai margini). Tranne le pp. [n.n., si ripete per l'ultima volta] 53-56, 109-111 e 140-144, lasciate in bianco, le pagine sono per intero ricoperte dalla scrittura autografa del poeta, compreso il rovescio del piatto anteriore della copertina dove sono scritti a caratteri cubitali titolo dell'opera e nome dell'autore. Al celebre frontespizio, oltre al nome di Campana ripetuto due volte, le epigrafi: da Nietzsche, <I>E come puro spirito varca il ponte</I> e <I>L'incesso e il passo dei vostri pensieri tradiscono la vostra origine</I>; da A[ndré]. G[ide]. <I>Essere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista ecco ciò che importa</I>; da "N.N." <I>Solo il dolore è vero</I> (ripetuta, quest'ultima, anche in esergo al primo componimento, <I>La notte mistica dell'amore e del dolore Scorci bizantini e morti cinematografiche</I>: che negli <I>Orfici</I> diverrà semplicemente <I>La Notte</I>); al controfrontespizio figura invece, ironia della sorta, una citazione dal <I>Giornale di bordo</I> proprio di Soffici. Le correzioni, come detto piuttosto rare, sono spesso d'altro inchiostro ma certo della stessa mano. Il quaderno comprende i seguenti componimenti: 1. <I>La notte mistica dell'amore e del dolore Scorci bizantini e morti cinematografiche</I>, pp. 3-39 [= <I>La Notte</I>, nei <I>Canti Orfici</I>]; 2. <I>La Chimera</I>, pp. 40-41 [idem nei CO]; 3. <I>Giardino autunnale (Firenze)</I>, pp. 42-43 [idem]; 4. <I>La petite promenade du poète (Firenze)</I>, pp. 43-44 [idem]; 5. <I>Il canto della tenebra (Tono minore)</I>, pp. 44-45 [senza il sottotitolo nei CO]; 6. <I>Scirocco serale (Piazza S. Petronio)</I>, p. 46 [assente nei CO = <I>Vecchi versi</I> nei "Versi sparsi"]; 7. <I>L'invetriata</I>, p. 47 [idem nei CO]; 8. <I>Sul torrente notturno. La speranza</I>, pp. 48-49 [= <I>La speranza</I> nei CO]; 9. <I>La notte di fiera</I>, pp. 49-51 [= <I>La sera di fiera</I> nei CO]; 10. <I>"Amo le vecchie troie"</I>, p. 51 [assente dai CO, ma = <I>Notturno teppista</I> nei "Versi sparsi"]; 11. <I>Firenze</I>, pp. 51-52 [idem]; 12. <I>Il mattino: il pellegrinaggio: le sorgenti</I>, pp. 57-97 [= <I>La Verna</I>]; 13. <I>Alba</I>, pp. 98-102 [= <I>Immagini del viaggio e della montagna</I>]; 14. <I>Giro d'Italia in bicicletta (1o arrivato al traguardo di Marradi)</I>, pp. 103-104 [assente nei CO]; 15. <I>Ma un giorno"</I>, pp. 105-107 [= <I>Viaggio a Montevideo</I> nei CO]; 16. <I>Il viaggio e l'incidente</I> [titolo complessivo assente dai CO, corrispondente però a <I>Passeggiata in tram in America e ritorno</I>, <I>Pampa</I> e <I>Genova</I>, qui intertitolato invece <I>Il canto di Genova. Preludii mediterranei</I> e mancante di due stanze], pp. 112-139. In conclusione - ma con Campana non si dovrebbe mai concludere -, ci potranno essere (forse) manoscritti poetici di maggior valore letterario e (senz'altro) documenti di maggiore rilievo storico; ma non crediamo ci siano dubbi che <I>Il più lungo giorno</I>, per la nube mitologica (e "mitobiografica") che si porta dietro, nonché per il valore di involontario quanto irresistibile apologo che riveste, sia niente'altro che il più affascinante manoscritto del Novecento italiano. | Christie's