NEC SINE TE NEC TECUM VIVERE POSSUM), comprese tra il giugno 1889 e il maggio 1891. E' il periodo in cui, appena reduce dal trionfo del Piacere (uscito nel maggio dell'89), d'Annunzio si getta in un'orgia lavorativa. Lavora contemporaneamente all'Isottèo-La Chimera, alle Elegie romane (il vero libro di Barbara...), e al nuovo romanzo - che pubblicherà a puntate senza la conclusione, col titolo L'Invincibile, sulla "Tribuna illustrata" all'inizio del '90; ma concluderà e pubblicherà in volume, col nuovo titolo Trionfo della morte, solo nel '94 - nel quale già prevede, con un'oltranza di spregiudicatezza che stupisce persino in lui, di inserire il testo di alcune delle sue lettere a Barbara... Si frappongono ostacoli innumerevoli, all'opera d'arte scritta e a quella vissuta: nel '90 d'Annunzio deve anche prestare servizio militare, mentre alla fine del '91 dovrà lasciare la residenza romana per il difficile periodo "giornalistico" di Napoli. Soprattutto è scisso fra l'attrazione per le mondanità romane, che lo distraggono, e la necessità di lavorare per sfruttare al massimo la propria vena nel periodo di maggiore popolarità. Per riuscire a concentrarsi, d'Annunzio sceglie allora la via dell'eremo abruzzese di Francavilla, dove di frequente lo raggiunge Barbara, che però - e non ci stupiamo - gli pare di desiderare ancora di più quand'è lontana, a Roma. Nel frattempo scrive a Michetti: "Non saprò lavorare che costì, nella mia stanza conventuale... in questa estate io dovrò scrivere, assolutamente, un capolavoro. Se no", aggiunge con singolare, profetica lucidità, "pagherò assai caro il successo di questi giorni". Le lettere a Barbara, tanto più perché appunto d'Annunzio le considera una sorta di via di mezzo fra il documento privato e l'officina per la scrittura pubblica (provvederà infatti a farsene restituire, in gran parte, dall'amante...), sono dei capolavori. Degli interminabili, torrentizi poemetti erotici in prosa: nei quali il furore dei sensi, acuito dal diapason della distanza, si confonde e intorbida di sottilissime causeries psicologiche (è il periodo in cui d'Annunzio legge e ammira i romanzi di Bourget...). Si legga ad esempio la prima lettera (Venerdì, 7 giugno '89: ore 6 e 1/2 p., tre pagine 8°): Mia divina, io vorrei aver parole nuove, non mai udite, per dirti ora lo stato dell'anima mia: - una stanchezza ineffabile, una quasi cessazione della vita corporea, un tendere continuo verso qualcosa che mi sfugge, verso te che sei partita - i romori mi giungono attenuati come da una lontananza incalcolabile; la luce, che pure è così violenta, mi giunge come a traverso una nebbia ondeggiante...; l'11 febbrajo 1890. ore 5 pom. (undici pagine 8°): Ora nevica, con un gran vento, a turbini... mi abbandono un poco al languore e alla tenerezza, scrivendoti, con una malinconia profonda, in questa luce bianca e fredda della nevicata. Tu sei il mio amore, il mio orgoglio, la mia ebrezza, la mia forza, la mia poesia... io ho pensato al tuo bacio, e m'è passato pel volto il fantasma d'un profumo. Ho avuto la forza di resistere. Così sempre. Tu sei il mio balsamo e il mio aroma; bellissima la lettera del 20 aprile '90 sera (sedici pagine 8°, inchiostro violetto) che descrive a lungo e appassionatamente una gita alla Marina di San Vito, alla foce del Pescara, dove mesi prima i due amanti avevano passato ore di fuoco (scenari che si ritroveranno, di fatti, nel Trionfo della morte), e che ora il poeta ripercorre con morboso abbandono alla memoria, allo struggimento dell'assenza presente... (Era un mare tutto bianco, sotto un cielo velato. Tutto il fascino della primavera nascente pareva raccolto in quei luoghi. Un vapore, come di sogno, fluttuava su le cose. Un tepore voluttuoso emanava dalla terra, come un respiro feminile... camminavo per la viottola che i tuoi piedi hanno calcato; io posavo lo sguardo su le cose che i tuoi occhi hanno guardato... una specie di raccoglimento religioso, come in luoghi santificati dal passaggio di una persona divina... I ricordi! I ricordi!; tu comprendi; è vero?... Sul pilastrino del cancello, ancora le iscrizioni: Barbara, 31 luglio 1889... sopra un mattone una parola inebriante, incisa di tua mano (ricordi tu?): SEMPER... Mi pareva, ad ogni passo, di ritrovarti; mi pareva, ad ogni passo, di sentirmi penetrare da uno de' tuoi fascini onnipossenti. Rivivevo la vita già vissuta... Ho raccolto anche una pietruzza su la spiaggia, a pochi palmi dal mare, nel luogo preciso dove alzavamo la tenda; nel luogo dove tante volte, ancora umidi e salsi, abbiamo goduta una voluttà quasi selvaggia tra l'ardore del sole e il fragore delle acque su la ghiaja... Ti ricordi tu? Ti ricordi? E poi, Roma - 4 agosto '90 (undici pagine 8°), la stessa situazione virata di catastrofico, melanconico ennui: Io non ho vissuto in questi giorni, Barbara. Ho agonizzato di ora in ora, miseramente; mi son sentito morire... Imagina, imagina: star qui, respirare qui, in questa stanza dove tu portavi, apparendo, tutti i raggi e tutti i profumi; star qui, solo, innanzi al letto dove ti ho posseduta mille volte con un godimento sempre più intenso; ... sentirsi soffocare, ad ogni ricordo evocato... Ho qui un guanto, il tuo guanto, quello che smarristi l'ultima sera. L'ho ritrovato; e ho adorata, nel mio cuore, la mano di cui portava l'impronta vivente.... Memorabile anche la nostra ultima lettera Fr.[ancavilla] 4 maggio 91 (mattina) (diciannove pagine 8°), che raccontano della visita a Pretoro, per la Festa dei Serpenti: alle falde della Majella; è un paese tutto di pietra, barbarico, somigliante a un'agglomerazione di tane tenebrose e fetide... La processione si componeva di un San Domenico portato su le spalle da uomini cinti da serpi vive e seguito da una moltitudine che alzava le mani dentro a cui si torcevano serpi vive, su per vie anguste, ripide e tortuose, attraversate di drappi multicolori e di festoni. Comprammo una diecina di serpi per portarle con noi. Io ne ho qui due, ai miei piedi, mentre scrivo... elegantissime, verdastre, con la parte inferiore gialla, lucidissime, iridescenti, hanno un nome grazioso, si chiamano sirènule... Io me le attorciglio alle braccia, al collo, ed esse mi lambono il viso con la lingua sottile e biforcuta. Ne avresti paura tu? Se non morranno, te le porterò; e vorrò vederle strisciare sul tuo corpo nudo. (7) " /> D'ANNUNZIO, Gabriele. Bellissimo lacerto del più bel carteggio d'amore dell'Imaginifico, quello con Barbara Leoni (pubblicato a più riprese: la porzione maggiore in volume, Sansoni 1954; quindi <I>Quattordici lettere inedite a Barbara Leoni</I>, a cura di P. Chiara e F. Roncoroni, Mondadori 1976; infine <I>d'Annunzio a Barbara Leoni-lettere del luglio 1889</I>, a cura di F. Di Tizio, "Rassegna dannunziana" 36, ottobre 1999). Sette lunghissime lettere autografe firmate (diverse redatte in più giorni consecutivi, a mo' di diario a puntate), raccolte in un bel volumetto tutta pelle, dorso a nervi e illustrazioni inc. su carta grave, motto inc. da Ovidio (<I>NEC SINE TE NEC TECUM VIVERE POSSUM</I>), comprese tra il giugno 1889 e il maggio 1891. E' il periodo in cui, appena reduce dal trionfo del <I>Piacere</I> (uscito nel maggio dell'89), d'Annunzio si getta in un'orgia lavorativa. Lavora contemporaneamente all'<I>Isottèo-La Chimera</I>, alle <I>Elegie romane</I> (il vero libro <I>di Barbara</I>...), e al nuovo romanzo - che pubblicherà a puntate senza la conclusione, col titolo <I>L'Invincibile</I>, sulla "Tribuna illustrata" all'inizio del '90; ma concluderà e pubblicherà in volume, col nuovo titolo <I>Trionfo della morte</I>, solo nel '94 - nel quale già prevede, con un'oltranza di spregiudicatezza che stupisce persino in lui, di inserire il testo di alcune delle sue lettere a Barbara... Si frappongono ostacoli innumerevoli, all'opera d'arte scritta e a quella vissuta: nel '90 d'Annunzio deve anche prestare servizio militare, mentre alla fine del '91 dovrà lasciare la residenza romana per il difficile periodo "giornalistico" di Napoli. Soprattutto è scisso fra l'attrazione per le mondanità romane, che lo distraggono, e la necessità di lavorare per sfruttare al massimo la propria vena nel periodo di maggiore popolarità. Per riuscire a concentrarsi, d'Annunzio sceglie allora la via dell'eremo abruzzese di Francavilla, dove di frequente lo raggiunge Barbara, che però - e non ci stupiamo - gli pare di desiderare ancora di più quand'è lontana, a Roma. Nel frattempo scrive a Michetti: "Non saprò lavorare che costì, nella mia stanza conventuale... in questa estate io dovrò scrivere, assolutamente, un capolavoro. Se no", aggiunge con singolare, profetica lucidità, "pagherò assai caro il successo di questi giorni". Le lettere a Barbara, tanto più perché appunto d'Annunzio le considera una sorta di via di mezzo fra il documento privato e l'officina per la scrittura pubblica (provvederà infatti a farsene restituire, in gran parte, dall'amante...), sono dei capolavori. Degli interminabili, torrentizi poemetti erotici in prosa: nei quali il furore dei sensi, acuito dal diapason della distanza, si confonde e intorbida di sottilissime <I>causeries</I> psicologiche (è il periodo in cui d'Annunzio legge e ammira i romanzi di Bourget...). Si legga ad esempio la prima lettera (<I>Venerdì, 7 giugno '89: ore 6 e 1/2 p.</I>, <I>tre pagine 8°</I>): <I>Mia divina, io vorrei aver parole nuove, non mai udite, per dirti ora lo stato dell'anima mia: - una stanchezza ineffabile, una quasi cessazione della vita corporea, un tendere continuo verso qualcosa che mi sfugge, verso te che sei partita - i romori mi giungono attenuati come da una lontananza incalcolabile; la luce, che pure è così violenta, mi giunge come a traverso una nebbia ondeggiante...</I>; l'<I>11 febbrajo 1890. ore 5 pom.</I> (<I>undici pagine 8°</I>): <I>Ora nevica, con un gran vento, a turbini... mi abbandono un poco al languore e alla tenerezza, scrivendoti, con una malinconia profonda, in questa luce bianca e fredda della nevicata. Tu sei il mio amore, il mio orgoglio, la mia ebrezza, la mia forza, la mia poesia... io ho pensato al tuo bacio, e m'è passato pel volto il fantasma d'un profumo. Ho avuto la forza di resistere. Così sempre. Tu sei il mio balsamo e il mio aroma</I>; bellissima la lettera del <I>20 aprile '90 sera</I> (<I>sedici pagine 8°</I>, inchiostro violetto) che descrive a lungo e appassionatamente una gita alla Marina di San Vito, alla foce del Pescara, dove mesi prima i due amanti avevano passato ore di fuoco (scenari che si ritroveranno, di fatti, nel <I>Trionfo della morte</I>), e che ora il poeta ripercorre con morboso abbandono alla memoria, allo struggimento dell'assenza presente... (<I>Era un mare tutto bianco, sotto un cielo velato. Tutto il fascino della primavera nascente pareva raccolto in quei luoghi. Un vapore, come di sogno, fluttuava su le cose. Un tepore voluttuoso emanava dalla terra, come un respiro feminile... camminavo per la viottola che i tuoi piedi hanno calcato; io posavo lo sguardo su le cose che i tuoi occhi hanno guardato... una specie di raccoglimento religioso, come in luoghi santificati dal passaggio di una persona divina... </I>I ricordi! I ricordi!<I>; tu comprendi; è vero?... Sul pilastrino del cancello, ancora le iscrizioni: Barbara, 31 luglio 1889... sopra un mattone una parola inebriante, incisa di tua mano (ricordi tu?): SEMPER... Mi pareva, ad ogni passo, di </I>ritrovarti<I>; mi pareva, ad ogni passo, di sentirmi penetrare da uno de' tuoi fascini onnipossenti. Rivivevo la vita già vissuta... Ho raccolto anche una pietruzza su la spiaggia, a pochi palmi dal mare, nel luogo preciso dove alzavamo la tenda; nel luogo dove tante volte, ancora umidi e salsi, abbiamo goduta una voluttà quasi selvaggia tra l'ardore del sole e il fragore delle acque su la ghiaja... Ti ricordi tu? Ti ricordi?</I> E poi, <I>Roma - 4 agosto '90</I> (<I>undici pagine 8°</I>), la stessa situazione virata di catastrofico, melanconico <I>ennui</I>: <I>Io non ho vissuto in questi giorni, Barbara. Ho agonizzato di ora in ora, miseramente; mi son sentito morire... Imagina, imagina: star qui, respirare qui, in questa stanza dove tu portavi, apparendo, tutti i raggi e tutti i profumi; star qui, solo, innanzi al letto dove ti ho posseduta mille volte con un godimento sempre più intenso; ... sentirsi soffocare, ad ogni ricordo evocato... Ho qui un guanto, il tuo guanto, quello che smarristi l'ultima sera. L'ho ritrovato; e ho adorata, nel mio cuore, la mano di cui portava l'impronta vivente...</I>. Memorabile anche la nostra ultima lettera <I>Fr.</I>[ancavilla]<I> 4 maggio 91 (mattina)</I> (<I>diciannove pagine 8°</I>), che raccontano della visita a Pretoro, per la Festa dei Serpenti: <I>alle falde della Majella; è un paese tutto di pietra, barbarico, somigliante a un'agglomerazione di tane tenebrose e fetide... La processione si componeva di un San Domenico portato su le spalle da uomini cinti da serpi vive e seguito da una moltitudine che alzava le mani dentro a cui si torcevano serpi vive, su per vie anguste, ripide e tortuose, attraversate di drappi multicolori e di festoni. Comprammo una diecina di serpi per portarle con noi. Io ne ho qui due, ai miei piedi, mentre scrivo... elegantissime, verdastre, con la parte inferiore gialla, lucidissime, iridescenti, hanno un nome grazioso, si chiamano </I>sirènule<I>... Io me le attorciglio alle braccia, al collo, ed esse mi lambono il viso con la lingua sottile e biforcuta. Ne avresti paura tu? Se non morranno, te le porterò; e vorrò vederle strisciare sul tuo corpo nudo</I>. (7) | Christie's