Carlo Levi e Umberto Saba. Storia di un'amicizia, Bari, Dedalo, 2002). Il nucleo più rilevante, in termini se non altro quantitativi, è quello delle testimonianze relative all'opera letteraria di Levi. Che non fu solo, ovviamente, Cristo si è fermato a Eboli, il libro composto in clandestinità, a Firenze nel '43-44, a rievocare il 'mitico' (in tutti i sensi) periodo di confino subito in Lucania dall'agosto 1935 al maggio 1936, e che subito dopo la pubblicazione, nel giugno del '45, si rivelò il primo, grande e incontrastato successo letterario italiano (tale anche all'estero, specie negli Stati Uniti): del capolavoro sono presenti due distinti set di bozze, entrambi ricchi di correzioni autografe dell'autore: della traduzione americana, appunto (Farrar & Strauss 1947) è presente una bozza parziale (86 pagine), mentre di una riedizione dell'originale (Mursia 1966) c'è il set completo (di 321 pagine). Ma oltre al Cristo sono presenti, in più versioni, un po' tutte le altre opere di Levi: di Paura della libertà (il singolare scritto saggistico, filosofico e psicanalitico insieme, scritto pure durante la clandestinità - in Francia nel 1939 - e pubblicato, da Einaudi come il precedente, nel '46) bozze complete della prima e della seconda edizione (sempre con correzioni), rispettivamente di 124 e 112 pagine; de L'Orologio (curioso anti-romanzo avanti lettera, Einaudi 1950) ben quattro set di bozze: della princeps italiana, della traduzione francese La montre (Gallimard 1953) e di due versioni di quella americana (Farrar & Strauss 1951); de Le parole sono pietre (cronaca di un viaggio in Sicilia, Einaudi 1955) un singolare documento consistente in undici pagine autografe contenenti esclusivamente prove del titolo, poi fissato all'ultimo momento; de Il futuro ha un cuore antico (resoconto del viaggio in Unione Sovietica del '55, Einaudi 1956) un'interessantissima stratigrafia completa (tutta da studiare la calibratura attenta delle posizioni pubbliche da prendere su un regime sul quale le agende originarie - come si vedrà più avanti - sono molto più esplicite...) a partire dal titolo originario Viaggio in Russia testimoniato dal primo manoscritto autografo (solo parziale: trenta pagine) e da ben quattro successive bozze di stampa complete (solo sulla prima pagina della quinta e ultima questo titolo viene sostituito a penna, dall'autore, da quello col quale il libro finì poi per uscire); di Tutto il miele è finito (diario di un viaggio in Sardegna, Einaudi 1964), anche in questo caso, una fitta documentazione 'genetica' a partire dagli articoli giornalistici di partenza (otto dattiloscritti distinti) passando per il primo dattiloscritto organico che Levi ne ricava (ancora semplicemente intitolato, peraltro, Viaggio in Sardegna). Inoltre, interessantissimi manoscritti autografi dei saggi Vita è simbolo di libertà e L'arte e gli italiani (rispettivamente 18 e 36 pagine), nonché di una quantità di discorsi elettorali: dieci manoscritti distinti (quattro del '63, sei del '68: da un minimo di una cartella a un massimo di 33 cartelle ciascuno). Per quanto riguarda l'attività politica di Levi, in un grosso contenitore è raccolta una quantità di giornali, ritagli stampa e trascrizioni a stampa di comizi elettorali e soprattutto discorsi parlamentari, mozioni e petizioni, altre iniziative (per esempio due fitte pagine di una lettera circolare, firmata, di Alberto Moravia: che nel '65 raccoglie adesioni per una campagna in favore degli oppositori al regime venezuelano). Anche solo a esaminare questa parte dell'archivio, rispetto al resto materialmente marginale, si può immaginare quanto possa accendersi d'interesse chi intenda per esempio ricostruire i rapporti interni ai partiti e alle organizzazioni politiche di sinistra (Levi passa spesso dall'uno all'altro, con un continuo strascico di polemiche, interrogazioni e puntualizzazioni). Ma il dattiloscritto più commovente è senz'altro quello di Quaderno a cancelli, il bellissimo diario scritto nel '73, durante un periodo di cecità indotta dal distacco della retina, e pubblicato solo, postumo, nel 1979 (Einaudi, con una testimonianza di Linuccia Saba e una nota di Aldo Marcovecchio): come ricordano Gigliola De Donato e Sergio D'Amaro nella loro biografia (Un torinese del Sud: Carlo Levi, Baldini e Castoldi 2001, p. 325), "malgrado le gravi limitazioni e la forzata immobilità per qualche tempo, esegue 140 disegni e scrive, con l'ausilio di uno speciale telaio fatto di cordicelle metalliche, per guidare la punta della matita sul foglio, quello che diventerà il postumo Quaderno a cancelli". Ricorderà Linuccia: "Pagina dopo pagina, riga dopo riga, con un fluire continuo di intuizioni, di immagini, di ricordi, di conclusioni e di invenzioni cresce il Quaderno a cancelli (quaderno, non libro), e cresce, e continua a crescere finché finisce, ma non perché vi è stata messa la parola fine, e tutto è stato detto, ma perché, tolta la medicazione, il tempo buio scompare e ritornano la luce e la vista". Ed è proprio così, la prosa del Quaderno: agli antipodi dell'"olimpica" luce diffusa, dell'incendiata solarità che illumina tutte le altre opere leviane (persino quelle che testimoniano viaggi in paesi non certo mediterranei come la Russia...), si legge una prosa oscura, luttuosa, quasi bituminosa, da Tramonto della luna leopardiano (e non può sorprendere troppo che, alla riacquisizione della vista, il 'rinascimentale' Levi finisca per mettere da parte quel documento di una malinconia segreta, intensa, che pure segretamente aveva dovuto percorrere un animo, il suo, pubblicamente tutto diretto in altra direzione: chi conosce la sua opera letteraria e soprattutto pittorica, del resto, se ne accorge benissimo): Ma tutto è sotto la luna, nell'interno della crosta della luna, senza colore: un infinito nero fermo, dentro cui passa indiscreto e sciocco il treno, che crede di essere in una città dal nome sonante. Scarti, lamiere, radioline totte, bottiglie, spazzature, orizzonti di bambini bianchi o neri o gialli, che si spogliano o si battono per un coccio di vetro o una sigaretta. Tutto è già qui Oltretomba, ombra, senza neppure la grazia del colore degli asfodeli. Di quest'opera in tutti i sensi estrema è presente il dattiloscritto conclusivo (291 pagine) in copia fotostatica con correzioni autografe, nonché appunto il 'telaio di scrittura', con ancora inserite dentro le ultime pagine vergate dall'autore: una poesia datata 15.9.73 che inizia Dopo il guerriero sarà ancora il sole forse (ma oscuro) e la fragile luna mesta cronista mutevole. Proprio un corpus poetico sinora sconosciuto rappresenta l'inedito letterario leviano più sorprendente e suggestivo. Si tratta di un dattiloscritto di 174 pagine (intitolato semplicemente Carlo Levi. Poesie), con correzioni autografe e, inserite, versioni alternative manoscritte di singole parti o interi componimenti. Il dattiloscritto, evidentemente ordinato per una pubblicazione che in questa forma organica non si è mai avuta, accoglie componimenti datati fra il 1932 e il 1942. Che si tratti di un "canzoniere" ordinato e non di una semplice raccolta di tutti i versi composti in quel periodo (cruciale per la biografia sua e del suo paese, come si capisce), sta a dimostrarlo che il primo componimento anepigrafo sia aggiunto senza data, come introibo (al modo del petrarchesco Voi ch'ascoltate, insomma...) in apertura, ma in realtà a consuntivo di un'intera fetta dell'esistenza: Tornato al noto mondo, alle cose corpose, ai caldi ai freddi al sole alle nubi ed ai venti ed alle rose ai suoni ai canti ai baci alle parole tutto ritrovo, il più comune, ignoto. / Svolazzando a mezz'aria m'aggiro fra gli oggetti familiari, e ti tocco, e tutto il cuore apro, mia amata, e se i lontani affetti tu mi riporti, cerco e fuggo l'ore passate della vita solitaria. Ma componimenti in versi, anch'essi per lo più inediti, percorrono anche la parte più vasta e incondita, il vero e proprio cuore segreto dell'Archivio: quella costituita dalle TRENTAQUATTRO DIARI/AGENDE PERSONALI di Carlo, comprese fra il 1933 e il 1974 (e pressoché complete nel periodo 1958-74). Se nelle prime e nelle ultime si trovano quasi solo le indicazioni (peraltro minuziosissime e s'immagina quanto utili alla ricostruzione dettagliata dell'attività dell'artista) relative al completamento e alla vendita delle opere pittoriche (sin dai primissimi anni indicate con sigle come 621028, da decrittare come 'opera terminata il 28 ottobre 1962'), soprattutto in quelle del periodo '55-'62 (ma con un interessantissimo 'incunabolo' datato 1944...) spesseggiano appunti diaristici d'insolito (per l''olimpico', imperturbabile innamorato della vita) ripiegamento esistenziale e persino riflessivo-speculativo, non senza puntuali insorgenze di quel segreto 'lato oscuro' di cui s'è detto; nonché, appunto, improvvise illuminazioni poetiche. Per esempio nel 1933 l'annotazione comincia (2 gennaio) con una lunga citazione dai Pensieri di Leopardi nel quale torna a far capolino, sintomaticamente, la nostalgia per quella specie di "rinascimento ideale eterno" che abbiamo visto contrassegnare sin dall'esordio la sua immaginazione: Se gli italiani avessero più società, del che sono capacissimi come lo furono nel Cinquecento; e se conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano. C'è già qui, insomma, in nuce, tutta l'instancabile polemica di Levi contro gli eccessi di sofisticazione 'decadente' dei letterati 'parigini', come un secolo prima li aveva chiamati il Berchet, incapaci di parlare al popolo: quelli che Carlo chiamerà insomma "luigini" (alludendo in particolare all'intelligencja di sinistra che spesso gli rimproverava una certa sommarietà espressiva...). E tuttavia, sempre in chiave 'rinascimentale', si legga pure l'appunto al successivo 14 gennaio: Straordinario senso di civiltà, piacere intellettuale dato da Firenze a me che vengo da Roma. L'ingresso in S.M. del Fiore dà una vera commozione intellettuale, per la misura degli archi e degli spazi. Così i chiostri di S.M. Novella. Anche il Palazzo della Signoria mi parve bello! Michelangelo all'Accademia: sensuale per Firenze, intellettuale per Roma: non più '500 e non ancora '600: inventore di un mondo nuovo (e assai troublé): dove si vede come, a contrasto con l'ideologia della semplicità popolare (la poesia 'onesta' del maestro Saba), operasse nel gusto leviano anche un vagheggiamento di 'lusso, calma e voluttà'. Il tutto, però, sotto il segno dell'umano: la vera, autentica stella polare dell'arte leviana (come dirà, nel suo ultimo anno, intervenendo a una tavola rotonda assieme a Soldati e Pasolini - un intervento che è "una sorta di suo testamento spirituale", come lo definiscono De Donato e D'Amaro, op. cit., p. 333: "Ho sempre pensato che il nostro tempo è un tempo estremamente poetico, proprio perché la formazione di cose che non sono esistite, il crearsi di realtà umane inaudite [...] è di per sé un fatto poetico straordinario [...] la funzione della pittura [...] è quella cioè che dà un valore anche pratico e reale, un valore nella vita di ogni giorno a quest'opera che se no sembrerebbe veramente oziosa [...] è una funzione fondamentale che si lega a tutta l'attività creativa dell'uomo. Del resto [...] l'ho scritto tante volte, che in tempi come questo secolo, ha un valore di cultura maggiore uno sciopero [...] che non tutti i quadri e tutti i libri che noi possiamo scrivere, perché è di per sé una invenzione di una realtà che non c'era ancora"). Lungo sarebbe l'elenco delle innumerevoli riflessioni interessanti che si possono incontrare in questo vastissimo corpus: si segnalano, fra le infinite altre, le riflessioni dell'ottobre 1955, a Leningrado, sul regime sovietico (come detto ben altrimenti problematiche e sincere di quelle l'anno dopo consegnate al retorico volume Il futuro ha un cuore antico), con sferzante ironia per esempio sul museo "antireligioso" collocato nell'ex cattedrale di Sant'Isacco; quelle dell'aprile '58 su un compagno di strada per il quale non ebbe mai una vera e propria amicizia né una davvero sincera stima (pesava probabilmente il giudizio sabiano su Agostino, reo di "sporcare l'AMORE"), cioè Alberto Moravia; quelle del giugno successivo che stronca con violenza il libro biografico su Saba dell'amica Nora Baldi, uscito da Mondadori quell'anno; quelle del giugno 1960 sulle beghe editoriali (e amicali) in vista del premio Strega (Carlo si vede stretto fra gli amici Calvino ed Elsa Morante); quelle del gennaio 1970 con un giudizio lapidario e definitivo dell'esperienza del socialismo reale, quella bellissima del 15 ottobre 1972 che ricorda la circostanza del ritratto reciproco e simultaneo col grande Hans Richter, quella piuttosto acida e ingenerosa - a segnare una distanza di poetica che non si potrebbe immaginare più grande... - del 19 marzo 1974 su Gadda: Dicevo a C. E. Gadda, mentre lo dipingevo nello studio di Firenze, che egli assomigliava fisicamente a Hitler. Per fortuna possedeva una penna, non le armate tedesche. Pensavo poi, a Corfù, quando gli diedero il Premio Formentor [per la verità a Gadda quel premio venne negato, ed Einaudi mise in cantiere appositamente un Prix international de littérature - animato fra gli altri dal grande rivale Calvino - per risarcirlo] come ci fosse un rapporto fra lui e De Chirico: paragone con tutta evidenza, agli occhi di Levi, perfettamente insultante (forse anche più di quello con Hitler...). Un altro inedito di certo interesse letterario e storico-artistico e culturale è poi un intero manoscritto autografo leviano (cinque fascicoli distinti più fasci di appunti preparatori anche in forma di postille a una biografia dell'artista uscita in Francia), un soggetto per un film sulla vita di AMEDEO MODIGLIANI. Si aggiunge un documento tutto da studiare, una sorta di regesto complessivo del mondo leviano: la sua agenda degli indirizzi, gonfia di biglietti da visita, appunti manoscritti, ritagli di giornale: un vero e proprio who's who dell'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. A questa straordinaria cornucopia di materiali leviani va poi aggiunto l'eccezionale archivio epistolare di Linuccia Saba. Per lo più risalente agli anni tardi, successivi cioè alla morte, nell'estate del '57, dell'illustre genitore: quando Linuccia si pone, accanto ad Aldo Marcovecchio, a ordinare le Prose paterne (uscite nel '64 da Mondadori) e soprattutto un grandioso Epistolario di più di tremila lettere che doveva uscire da Mondadori e che in effetti, mai completato, attende ancora il momento della pubblicazione. Amici di tutti gli ambienti corrono in soccorso della compagna di Levi, chi mandando le lettere del padre in suo possesso, chi tormentandosi per non essere più riuscito a trovarle, qualcuno infine (Giorgio BASSANI, in una lettera di straordinaria cattiveria) negandogliele in ragione dell'inimicizia nel frattempo intercorsa con la figlia e curatrice. Uno dei più solleciti è Vittorio SERENI, nella sua doppia veste di amico e discepolo di Saba e dirigente della Mondadori. Bellissima è la lettera del 18 maggio '60 (una pagina datt. firmata 4°), nella quale commenta la propria poesia che proprio Saba s'intitola, e che cinque anni dopo diverrà uno degli highlights de Gli strumenti umani: Cara Linuccia, ho avuto il suo espresso e molta gioia insieme per quello che mi dice. Ha fatto benissimo - e gliene sono grato - a far leggere a Carlo Levi questa mia, oggi nostra, cosa. La firma? La sublime impudicizia di Saba - posso dirlo? - e la sua innocenza insieme gli impedivano questi ritegni. Io mi vergnogno un po' a mettere la firma di mio pugno sotto versi miei. E poi era in coda alla lettera, sullo stesso foglio. Mi pareva davvero superfluo. Se adesso avessi tempo, ma non ne ho, le copierei un'altra cosa dove si allude chiaramente a Saba senza nominarlo; e un'altra ancora (davvero raro per me!) scritta nello stesso giorno, direi proprio a ruota di questa che conosce. Ma diamo tempo al tempo. Il libro mi si va ingorossando di cose che non m'aspettavo, mentre non riesco a finire quelle sei o sette avviate da anni e non mai concluse senza le quali non mi sentirei a posto, non dico verso la poesia ma verso la vita. Penso che intanto Saba uscirà con altre due cose su Paragone, la rivista della Banti e di Longhi. Scusi la solita fretta. Ma non sa fino a che punto le sono grato di quanto ha voluto scrivermi subito. La ricordo con affetto, suo Vittorio Sereni. Ma sono centinaia le lettere di corrispondenti più o meno illustri (ricordiamo fra gli altri Leonardo SCIASCIA, Alberto MORAVIA, Bruno CICOGNANI, Alberto MONDADORI, il nutritissimo carteggio di Giorgio VOGHERA, Carlo BETOCCHI, Vanni SCHEIWILLER, Bonaventura TECCHI, Mario SOLDATI, Giuseppe SARAGAT, Geno PAMPALONI, Milena MILANI, le assai numerose di Fulvio TOMIZZA ed Elsa DE GIORGI, Pierantonio QUARANTOTTI GAMBINI, Giulio EINAUDI, Giuseppe BERTO, le molto belle di Sergio SOLMI, Giuseppe PREZZOLINI, le commoventi di Rocco SCOTELLARO, Giani STUPARICH, Ilja EHRENBURG, Giorgio AMENDOLA, Claudio MAGRIS, Piero CHIARA, le toccanti dell'antico psicanalista di Saba Edoardo WEISS, Ernesto TRECCANI, Libero DE LIBERO, Giovanni COMISSO, Paolo MONELLI, Elsa MORANTE. Inoltre due epistolari più compatti: parte di quello fra Carlo e la sua Linuccia (Puck, come la chiamava in omaggio al Sogno d'una notte di mezza estate shakespeariano: cfr. Carissimo Puck. Lettere d'amore e di vita 1945-1969 a cura di Sergio D'Amaro, prefazione di Plinio Perilli, Roma, Mancosu, 1994), e quello inviato a Linuccia e a Carlo da una coppia per certi versi speculare: quella composta da Rentato e Mimise GUTTUSO (42 lettere autografe firmate). Si aggiunge una selezione assai significativa della biblioteca personale di Carlo Levi e Linuccia Saba, costituita dalle opere di Levi con le bellissime dediche autografe alla sua Linuccia (Paura della libertà, La doppia notte dei tigli, L'Orologio, Le parole sono pietre, Tutto il miele è finito, Il futuro ha un cuore antico), da Cristo si è fermato a Eboli con firma di Linuccia Saba, e infine Quaderno a cancelli commoventemente muto. Inoltre, venti volumi di varia letteratura e umanità, sempre con dedica o firma d'appartenenza di Carlo Levi (tra la fine degli anni Dieci e la metà degli anni Venti). Praticamente un'autobiografia: da Mazzini di Francesco De Sanctis, Laterza 1920, a Una battaglia liberale di Giovanni Amendola, Gobetti editore 1924... Infine, un cimelio curioso: un disco 33 giri, con Giorgio Albertazzi che legge 20 poesie d'amore e la canzone disperata di Pablo Neruda, con all'interno della copertina una dedica autografa fiemata del Premio Nobel cileno a Carlo Levi. Un sigillo prestigioso per un insieme formidabile: mezzo secolo di storia italiana. " /> LEVI, Carlo (1902-1975). <I>Spero di non essere eclettico, ma versatile, non l'uomo dilettante, ma l'uomo rinascimento, con maggior contenuto morale</I>: così scriveva Carlo Levi in una pagina di diario, ad appena ventun anni, nel 1923. Un oroscopo pienamente realizzato, quello che il rampollo di Ercole Levi e Annetta Treves (la sorella del leader socialista Claudio) - una delle <I>couches</I> famigliari più illustri e brillanti dell'ebraismo torinese - mentre ancora sta studiando medicina (si laureerà l'anno successivo, ma non eserciterà mai, se non - in forma di volontariato visto non a caso con sospetto dall'occhiuta polizia fascista - durante il 'mitico' periodo di confino a Grassano e ad Aliano, in Lucania); ma è già collaboratore fisso di una rivista di punta della nascente opposizione antifascista come <I>La Rivoluzione Liberale</I> di Piero Gobetti (un <I>milieu</I>, quello gobettiano, che, anche e soprattutto dopo la morte del giovane e geniale poligrafo ed editore, resterà al centro del reticolo delle 'fronde' al regime, nutrendo del suo <I>ethos</I> illuminista e moralista la migliore Italia di quegli anni: Carlo ne sarà uno degli assoluti punti di riferimento). Il destino di Carlo, per mezzo secolo protagonista della cultura italiana ed europea tanto in campo letterario che pittorico, è insomma fin dall'inizio un destino segnato. Nella presente, vastissima raccolta di materiale (amorosamente salvaguardata e ordinata da Linuccia SABA, 1910-1980, figlia amatissima del grande poeta e per decenni compagna di Levi), brilla per intero quello spirito 'rinascimentale' che il giovane, splendente intellettuale torinese auspicava per sé; e non solo nel senso dell'ingegno multiforme, leonardiano, che all'attività pittorica e letteraria instancabilmente, vulcanicamente era in grado di affiancare quella saggistica, politica (fu per due legislature eletto senatore, prima come indipendente nelle liste del PCI - 1963 - poi in quelle del PSIUP - 1968), editoriale, eccetera. Ma, diremmo, soprattutto nel senso di un carattere euritmico, eudemonistico, infinitamente espansivo: quello che l'amico di una vita, il poeta Saba appunto, con una punta di malcelata invidia definiva il suo essere "olimpico" (sul controverso, umanissimo, duraturo rapporto di amicizia e discepolato tra Levi e Saba, una lettura appassionante è quella del libro di Silvana GHIAZZA, <I>Carlo Levi e Umberto Saba. Storia di un'amicizia</I>, Bari, Dedalo, 2002). Il nucleo più rilevante, in termini se non altro quantitativi, è quello delle testimonianze relative all'opera letteraria di Levi. Che non fu solo, ovviamente, <I>Cristo si è fermato a Eboli</I>, il libro composto in clandestinità, a Firenze nel '43-44, a rievocare il 'mitico' (in tutti i sensi) periodo di confino subito in Lucania dall'agosto 1935 al maggio 1936, e che subito dopo la pubblicazione, nel giugno del '45, si rivelò il primo, grande e incontrastato successo letterario italiano (tale anche all'estero, specie negli Stati Uniti): del capolavoro sono presenti due distinti set di bozze, entrambi ricchi di correzioni autografe dell'autore: della traduzione americana, appunto (Farrar & Strauss 1947) è presente una bozza parziale (86 pagine), mentre di una riedizione dell'originale (Mursia 1966) c'è il set completo (di 321 pagine). Ma oltre al <I>Cristo</I> sono presenti, in più versioni, un po' tutte le altre opere di Levi: di <I>Paura della libertà</I> (il singolare scritto saggistico, filosofico e psicanalitico insieme, scritto pure durante la clandestinità - in Francia nel 1939 - e pubblicato, da Einaudi come il precedente, nel '46) bozze complete della prima e della seconda edizione (sempre con correzioni), rispettivamente di 124 e 112 pagine; de <I>L'Orologio</I> (curioso anti-romanzo avanti lettera, Einaudi 1950) ben quattro set di bozze: della <I>princeps</I> italiana, della traduzione francese <I>La montre</I> (Gallimard 1953) e di due versioni di quella americana (Farrar & Strauss 1951); de <I>Le parole sono pietre</I> (cronaca di un viaggio in Sicilia, Einaudi 1955) un singolare documento consistente in <I>undici pagine autografe</I> contenenti esclusivamente prove del titolo, poi fissato all'ultimo momento; de <I>Il futuro ha un cuore antico</I> (resoconto del viaggio in Unione Sovietica del '55, Einaudi 1956) un'interessantissima stratigrafia completa (tutta da studiare la calibratura attenta delle posizioni pubbliche da prendere su un regime sul quale le agende originarie - come si vedrà più avanti - sono molto più esplicite...) a partire dal titolo originario <I>Viaggio in Russia</I> testimoniato dal primo manoscritto autografo (solo parziale: <I>trenta pagine</I>) e da ben quattro successive bozze di stampa complete (solo sulla prima pagina della quinta e ultima questo titolo viene sostituito a penna, dall'autore, da quello col quale il libro finì poi per uscire); di <I>Tutto il miele è finito</I> (diario di un viaggio in Sardegna, Einaudi 1964), anche in questo caso, una fitta documentazione 'genetica' a partire dagli articoli giornalistici di partenza (otto dattiloscritti distinti) passando per il primo dattiloscritto organico che Levi ne ricava (ancora semplicemente intitolato, peraltro, <I>Viaggio in Sardegna</I>). Inoltre, interessantissimi manoscritti autografi dei saggi <I>Vita è simbolo di libertà</I> e <I>L'arte e gli italiani</I> (rispettivamente <I>18</I> e <I>36 pagine</I>), nonché di una quantità di discorsi elettorali: dieci manoscritti distinti (quattro del '63, sei del '68: da un minimo di una cartella a un massimo di 33 cartelle ciascuno). Per quanto riguarda l'attività politica di Levi, in un grosso contenitore è raccolta una quantità di giornali, ritagli stampa e trascrizioni a stampa di comizi elettorali e soprattutto discorsi parlamentari, mozioni e petizioni, altre iniziative (per esempio due fitte pagine di una lettera circolare, firmata, di Alberto Moravia: che nel '65 raccoglie adesioni per una campagna in favore degli oppositori al regime venezuelano). Anche solo a esaminare questa parte dell'archivio, rispetto al resto materialmente marginale, si può immaginare quanto possa accendersi d'interesse chi intenda per esempio ricostruire i rapporti interni ai partiti e alle organizzazioni politiche di sinistra (Levi passa spesso dall'uno all'altro, con un continuo strascico di polemiche, interrogazioni e puntualizzazioni). Ma il dattiloscritto più commovente è senz'altro quello di <I>Quaderno a cancelli</I>, il bellissimo diario scritto nel '73, durante un periodo di cecità indotta dal distacco della retina, e pubblicato solo, postumo, nel 1979 (Einaudi, con una testimonianza di Linuccia Saba e una nota di Aldo Marcovecchio): come ricordano Gigliola De Donato e Sergio D'Amaro nella loro biografia (<I>Un torinese del Sud: Carlo Levi</I>, Baldini e Castoldi 2001, p. 325), "malgrado le gravi limitazioni e la forzata immobilità per qualche tempo, esegue 140 disegni e scrive, con l'ausilio di uno speciale telaio fatto di cordicelle metalliche, per guidare la punta della matita sul foglio, quello che diventerà il postumo <I>Quaderno a cancelli</I>". Ricorderà Linuccia: "Pagina dopo pagina, riga dopo riga, con un fluire continuo di intuizioni, di immagini, di ricordi, di conclusioni e di invenzioni cresce il <I>Quaderno a cancelli</I> (quaderno, non libro), e cresce, e continua a crescere finché finisce, ma non perché vi è stata messa la parola fine, e tutto è stato detto, ma perché, tolta la medicazione, il tempo buio scompare e ritornano la luce e la vista". Ed è proprio così, la prosa del <I>Quaderno</I>: agli antipodi dell'"olimpica" luce diffusa, dell'incendiata solarità che illumina tutte le altre opere leviane (persino quelle che testimoniano viaggi in paesi non certo mediterranei come la Russia...), si legge una prosa oscura, luttuosa, quasi bituminosa, da <I>Tramonto della luna</I> leopardiano (e non può sorprendere troppo che, alla riacquisizione della vista, il 'rinascimentale' Levi finisca per mettere da parte quel documento di una malinconia segreta, intensa, che pure segretamente aveva dovuto percorrere un animo, il suo, pubblicamente tutto diretto in altra direzione: chi conosce la sua opera letteraria e soprattutto pittorica, del resto, se ne accorge benissimo): <I>Ma tutto è sotto la luna, nell'interno della crosta della luna, senza colore: un infinito nero fermo, dentro cui passa indiscreto e sciocco il treno, che crede di essere in una città dal nome sonante. Scarti, lamiere, radioline totte, bottiglie, spazzature, orizzonti di bambini bianchi o neri o gialli, che si spogliano o si battono per un coccio di vetro o una sigaretta. Tutto è già qui Oltretomba, ombra, senza neppure la grazia del colore degli asfodeli</I>. Di quest'opera in tutti i sensi estrema è presente il dattiloscritto conclusivo (291 pagine) in copia fotostatica con correzioni autografe, nonché appunto il 'telaio di scrittura', con ancora inserite dentro le ultime pagine vergate dall'autore: una poesia datata <I>15.9.73</I> che inizia <I>Dopo il guerriero sarà ancora il sole forse (ma oscuro) e la fragile luna mesta cronista mutevole</I>. Proprio un corpus poetico sinora sconosciuto rappresenta l'inedito letterario leviano più sorprendente e suggestivo. Si tratta di un dattiloscritto di <I>174 pagine</I> (intitolato semplicemente <I>Carlo Levi. Poesie</I>), con correzioni autografe e, inserite, versioni alternative manoscritte di singole parti o interi componimenti. Il dattiloscritto, evidentemente ordinato per una pubblicazione che in questa forma organica non si è mai avuta, accoglie componimenti datati fra il 1932 e il 1942. Che si tratti di un "canzoniere" ordinato e non di una semplice raccolta di tutti i versi composti in quel periodo (cruciale per la biografia sua e del suo paese, come si capisce), sta a dimostrarlo che il primo componimento anepigrafo sia aggiunto senza data, come <I>introibo</I> (al modo del petrarchesco <I>Voi ch'ascoltate</I>, insomma...) in apertura, ma in realtà a consuntivo di un'intera fetta dell'esistenza: <I>Tornato al noto mondo, alle cose corpose, ai caldi ai freddi al sole alle nubi ed ai venti ed alle rose ai suoni ai canti ai baci alle parole tutto ritrovo, il più comune, ignoto. / Svolazzando a mezz'aria m'aggiro fra gli oggetti familiari, e ti tocco, e tutto il cuore apro, mia amata, e se i lontani affetti tu mi riporti, cerco e fuggo l'ore passate della vita solitaria</I>. Ma componimenti in versi, anch'essi per lo più inediti, percorrono anche la parte più vasta e incondita, il vero e proprio cuore segreto dell'Archivio: quella costituita dalle TRENTAQUATTRO DIARI/AGENDE PERSONALI di Carlo, comprese fra il 1933 e il 1974 (e pressoché complete nel periodo 1958-74). Se nelle prime e nelle ultime si trovano quasi solo le indicazioni (peraltro minuziosissime e s'immagina quanto utili alla ricostruzione dettagliata dell'attività dell'artista) relative al completamento e alla vendita delle opere pittoriche (sin dai primissimi anni indicate con sigle come 621028, da decrittare come 'opera terminata il 28 ottobre 1962'), soprattutto in quelle del periodo '55-'62 (ma con un interessantissimo 'incunabolo' datato 1944...) spesseggiano appunti diaristici d'insolito (per l''olimpico', imperturbabile innamorato della vita) ripiegamento esistenziale e persino riflessivo-speculativo, non senza puntuali insorgenze di quel segreto 'lato oscuro' di cui s'è detto; nonché, appunto, improvvise illuminazioni poetiche. Per esempio nel 1933 l'annotazione comincia (2 gennaio) con una lunga citazione dai <I>Pensieri</I> di Leopardi nel quale torna a far capolino, sintomaticamente, la nostalgia per quella specie di "rinascimento ideale eterno" che abbiamo visto contrassegnare sin dall'esordio la sua immaginazione: <I>Se gli italiani avessero più società, del che sono capacissimi come lo furono nel Cinquecento; e se conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano</I>. C'è già qui, insomma, <I>in nuce</I>, tutta l'instancabile polemica di Levi contro gli eccessi di sofisticazione 'decadente' dei letterati 'parigini', come un secolo prima li aveva chiamati il Berchet, incapaci di parlare al popolo: quelli che Carlo chiamerà insomma "luigini" (alludendo in particolare all'intelligencja di sinistra che spesso gli rimproverava una certa sommarietà espressiva...). E tuttavia, sempre in chiave 'rinascimentale', si legga pure l'appunto al successivo 14 gennaio: <I>Straordinario senso di civiltà, piacere intellettuale dato da Firenze a me che vengo da Roma. L'ingresso in S.M. del Fiore dà una vera commozione intellettuale, per la misura degli archi e degli spazi. Così i chiostri di S.M. Novella. Anche il Palazzo della Signoria mi parve bello! Michelangelo all'Accademia: sensuale per Firenze, intellettuale per Roma: non più '500 e non ancora '600: inventore di un mondo nuovo (e assai </I>troublé<I>)</I>: dove si vede come, a contrasto con l'ideologia della semplicità popolare (la poesia 'onesta' del maestro Saba), operasse nel gusto leviano anche un vagheggiamento di 'lusso, calma e voluttà'. Il tutto, però, sotto il segno dell'umano: la vera, autentica stella polare dell'arte leviana (come dirà, nel suo ultimo anno, intervenendo a una tavola rotonda assieme a Soldati e Pasolini - un intervento che è "una sorta di suo testamento spirituale", come lo definiscono De Donato e D'Amaro, op. cit., p. 333: "Ho sempre pensato che il nostro tempo è un tempo estremamente poetico, proprio perché la formazione di cose che non sono esistite, il crearsi di realtà umane inaudite [...] è di per sé un fatto poetico straordinario [...] la funzione della pittura [...] è quella cioè che dà un valore anche pratico e reale, un valore nella vita di ogni giorno a quest'opera che se no sembrerebbe veramente oziosa [...] è una funzione fondamentale che si lega a tutta l'attività creativa dell'uomo. Del resto [...] l'ho scritto tante volte, che in tempi come questo secolo, ha un valore di cultura maggiore uno sciopero [...] che non tutti i quadri e tutti i libri che noi possiamo scrivere, perché è di per sé una invenzione di una realtà che non c'era ancora"). Lungo sarebbe l'elenco delle innumerevoli riflessioni interessanti che si possono incontrare in questo vastissimo <I>corpus</I>: si segnalano, fra le infinite altre, le riflessioni dell'ottobre 1955, a Leningrado, sul regime sovietico (come detto ben altrimenti problematiche e sincere di quelle l'anno dopo consegnate al retorico volume <I>Il futuro ha un cuore antico</I>), con sferzante ironia per esempio sul museo "antireligioso" collocato nell'ex cattedrale di Sant'Isacco; quelle dell'aprile '58 su un compagno di strada per il quale non ebbe mai una vera e propria amicizia né una davvero sincera stima (pesava probabilmente il giudizio sabiano su <I>Agostino</I>, reo di "sporcare l'AMORE"), cioè Alberto Moravia; quelle del giugno successivo che stronca con violenza il libro biografico su Saba dell'amica Nora Baldi, uscito da Mondadori quell'anno; quelle del giugno 1960 sulle beghe editoriali (e amicali) in vista del premio Strega (Carlo si vede stretto fra gli amici Calvino ed Elsa Morante); quelle del gennaio 1970 con un giudizio lapidario e definitivo dell'esperienza del socialismo reale, quella bellissima del 15 ottobre 1972 che ricorda la circostanza del ritratto reciproco e simultaneo col grande Hans Richter, quella piuttosto acida e ingenerosa - a segnare una distanza di poetica che non si potrebbe immaginare più grande... - del 19 marzo 1974 su Gadda: <I>Dicevo a C. E. Gadda, mentre lo dipingevo nello studio di Firenze, che egli assomigliava fisicamente a Hitler. Per fortuna possedeva una penna, non le armate tedesche. Pensavo poi, a Corfù, quando gli diedero il Premio Formentor</I> [per la verità a Gadda quel premio venne negato, ed Einaudi mise in cantiere appositamente un Prix international de littérature - animato fra gli altri dal grande rivale Calvino - per risarcirlo] <I>come ci fosse un rapporto fra lui e De Chirico</I>: paragone con tutta evidenza, agli occhi di Levi, perfettamente insultante (forse anche più di quello con Hitler...). Un altro inedito di certo interesse letterario e storico-artistico e culturale è poi un intero manoscritto autografo leviano (cinque fascicoli distinti più fasci di appunti preparatori anche in forma di postille a una biografia dell'artista uscita in Francia), un soggetto per un film sulla vita di <I>AMEDEO MODIGLIANI</I>. Si aggiunge un documento tutto da studiare, una sorta di regesto complessivo del mondo leviano: la sua agenda degli indirizzi, gonfia di biglietti da visita, appunti manoscritti, ritagli di giornale: un vero e proprio <I>who's who</I> dell'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. A questa straordinaria cornucopia di materiali leviani va poi aggiunto l'eccezionale archivio epistolare di Linuccia Saba. Per lo più risalente agli anni tardi, successivi cioè alla morte, nell'estate del '57, dell'illustre genitore: quando Linuccia si pone, accanto ad Aldo Marcovecchio, a ordinare le <I>Prose</I> paterne (uscite nel '64 da Mondadori) e soprattutto un grandioso <I>Epistolario</I> di più di tremila lettere che doveva uscire da Mondadori e che in effetti, mai completato, attende ancora il momento della pubblicazione. Amici di tutti gli ambienti corrono in soccorso della compagna di Levi, chi mandando le lettere del padre in suo possesso, chi tormentandosi per non essere più riuscito a trovarle, qualcuno infine (Giorgio BASSANI, in una lettera di straordinaria cattiveria) negandogliele in ragione dell'inimicizia nel frattempo intercorsa con la figlia e curatrice. Uno dei più solleciti è Vittorio SERENI, nella sua doppia veste di amico e discepolo di Saba e dirigente della Mondadori. Bellissima è la lettera del <I>18 maggio '60</I> (<I>una pagina datt. firmata 4°</I>), nella quale commenta la propria poesia che proprio <I>Saba</I> s'intitola, e che cinque anni dopo diverrà uno degli <I>highlights</I> de <I>Gli strumenti umani</I>: <I>Cara Linuccia, ho avuto il suo espresso e molta gioia insieme per quello che mi dice. Ha fatto benissimo - e gliene sono grato - a far leggere a Carlo Levi questa mia, oggi nostra, cosa. La firma? La sublime impudicizia di Saba - posso dirlo? - e la sua innocenza insieme gli impedivano questi ritegni. Io mi vergnogno un po' a mettere la firma di mio pugno sotto versi miei. E poi era in coda alla lettera, sullo stesso foglio. Mi pareva davvero superfluo. Se adesso avessi tempo, ma non ne ho, le copierei un'altra cosa dove si allude chiaramente a Saba senza nominarlo; e un'altra ancora (davvero raro per me!) scritta nello stesso giorno, direi proprio a ruota di questa che conosce. Ma diamo tempo al tempo. Il libro mi si va ingorossando di cose che non m'aspettavo, mentre non riesco a finire quelle sei o sette avviate da anni e non mai concluse senza le quali non mi sentirei a posto, non dico verso la poesia ma verso la vita. Penso che intanto </I>Saba<I> uscirà con altre due cose su </I>Paragone<I>, la rivista della Banti e di Longhi. Scusi la solita fretta. Ma non sa fino a che punto le sono grato di quanto ha voluto scrivermi subito. La ricordo con affetto, suo Vittorio Sereni</I>. Ma sono centinaia le lettere di corrispondenti più o meno illustri (ricordiamo fra gli altri Leonardo SCIASCIA, Alberto MORAVIA, Bruno CICOGNANI, Alberto MONDADORI, il nutritissimo carteggio di Giorgio VOGHERA, Carlo BETOCCHI, Vanni SCHEIWILLER, Bonaventura TECCHI, Mario SOLDATI, Giuseppe SARAGAT, Geno PAMPALONI, Milena MILANI, le assai numerose di Fulvio TOMIZZA ed Elsa DE GIORGI, Pierantonio QUARANTOTTI GAMBINI, Giulio EINAUDI, Giuseppe BERTO, le molto belle di Sergio SOLMI, Giuseppe PREZZOLINI, le commoventi di Rocco SCOTELLARO, Giani STUPARICH, Ilja EHRENBURG, Giorgio AMENDOLA, Claudio MAGRIS, Piero CHIARA, le toccanti dell'antico psicanalista di Saba Edoardo WEISS, Ernesto TRECCANI, Libero DE LIBERO, Giovanni COMISSO, Paolo MONELLI, Elsa MORANTE. Inoltre due epistolari più compatti: parte di quello fra Carlo e la sua Linuccia (Puck, come la chiamava in omaggio al <I>Sogno d'una notte di mezza estate</I> shakespeariano: cfr. <I>Carissimo Puck. Lettere d'amore e di vita 1945-1969</I> a cura di Sergio D'Amaro, prefazione di Plinio Perilli, Roma, Mancosu, 1994), e quello inviato a Linuccia e a Carlo da una coppia per certi versi speculare: quella composta da Rentato e Mimise GUTTUSO (<I>42 lettere autografe firmate</I>). Si aggiunge una selezione assai significativa della biblioteca personale di Carlo Levi e Linuccia Saba, costituita dalle opere di Levi con le bellissime dediche autografe alla sua Linuccia (<I>Paura della libertà</I>, <I>La doppia notte dei tigli</I>, <I>L'Orologio</I>, <I>Le parole sono pietre</I>, <I>Tutto il miele è finito</I>, <I>Il futuro ha un cuore antico</I>), da <I>Cristo si è fermato a Eboli</I> con firma di Linuccia Saba, e infine <I>Quaderno a cancelli</I> commoventemente muto. Inoltre, venti volumi di varia letteratura e umanità, sempre con dedica o firma d'appartenenza di Carlo Levi (tra la fine degli anni Dieci e la metà degli anni Venti). Praticamente un'autobiografia: da <I>Mazzini</I> di Francesco De Sanctis, Laterza 1920, a <I>Una battaglia liberale</I> di Giovanni Amendola, Gobetti editore 1924... Infine, un cimelio curioso: un disco 33 giri, con Giorgio Albertazzi che legge <I>20 poesie d'amore e la canzone disperata di Pablo Neruda</I>, con all'interno della copertina una dedica autografa fiemata del Premio Nobel cileno a Carlo Levi. Un sigillo prestigioso per un insieme formidabile: mezzo secolo di storia italiana. | Christie's