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D'ANNUNZIO, Gabriele. Cinque bellissime lettere autografe firmate, tutte indirizzate all'amico Francesco (detto anche Cecco), che fa partecipe dei propri guai finanziari al declinare del primo decennio del secolo, e avvicinandosi la fuga in terra di Francia, nel 1910. Ancora relativamente serena la prima (cinque pagine 80 gr., 17 ott. 1907, carta intestata PER NON DORMIRE): Mio caro Cecco, grazie: eterna parola verso di te! [...] Le avversità sono così ostinate che bisogna pur pensare che un demone protegge la Capponcina e temporeggia aspettando il sopraggiungere di un taumaturgo che salvi la casa. Quasi violenta, nella sua immediatezza "in situazione", la seconda (tre pagine 4o, Alba del 30 decembre 1908): sono le sei. Tu forse ti levi; io smetto di lavorare, e vado a posare la gota sul meritato origliere. Ho trovato l'oblio nel fervore, dopo qualche pena. Ma ora che anche nel camino il fuoco è spento e nella lampada l'olio è consunto, la vile cura torna a opprimermi il cuore che dianzi era pieno del dio. Già drammatica la terza lettera (otto pagine 8o carta intestata PER NON DORMIRE, 7 decembre 1909): Non è possibile che io riesca a salvare la Capponcina. Per riescire bisognerebbe avere alla mano almeno cinquanta o sessantamila lire. Quando il Manzi di Parigi intavolò trattative con Morgan, per la vendita dei miei manoscritti, m'illusi. Ma vedo che la cosa è troppo difficile. Terminato il romanzo [cioè Forse che sì forse che no] - che avrà indubbiamente un grande successo librario - io acquisterò credito per l'avvenire, in questo senso: che avrò modo di combinare qualche largo affare. Ma del successo non mi verrà giovamento immediato; ché, come sai, presso il Treves ho un debito [...] Io non ne posso più di questa continua ansia [...] Ti confesso che l'idea di vedermi gli uscieri qui, a catalogare i miei vestiti e a frugare nei miei cassetti, mi mette - in questo momento - fuori di me. Il Treves mi fa sollecitazioni crudeli [...] Per quanto gravi sieno i miei errori, li sconto ben crudelmente. Bellissima la quarta, a cose ormai fatte (undici pagine 8o su carta pesante turchese, 26 dec. 1910): Mio caro Francesco, come nel primo tempo della sinfonia quinta di Ludwig Beethoven, odo anch'io il Destino battere alla porta. E' un'ora triste ma lucida, se bene la sera frangosa già cada su la città terribile. Consummatum est. Ho dovuto indugiarmi qui più ch'io non volessi, perché con la mia sola energia trascino una retata di cadaveri parlanti. Ho finalmente tutto stabilito per le rappresentazioni del San Sebastiano. Dopo Parigi, il Mistero sarà trasportato a Roma, con lo stesso allestimento. Si prepara un anno fruttuoso; e non son riescito a salvare la mia casa dalla devastazione! [...] Ho tentato tutte le vie. Jeri, per una strana fatalità, fui chiamato da Gordon Bennett, dal miliardario del New York Herald. Non lo vedevo da otto anni. Aveva allora una dannunzite acuta. Il caso mi parve provvidenziale. Come egli mi accolse con la più calda cordialità, volli tentare la sorte [...] Non so per qual ragione, ho ricevuto or ora questo biglietto che ti accludo. La speranza è caduta. E sono ormai stanco di fare altre ricerche inutili e umilianti [...] Era scritto. Ma non mi duole di perdere le mie cose, sì m'offende il modo [...] Un amico devoto mi persuade che - per una ragione puramente ideale - io debba esporre il mio caso al Re d'Italia [...] "Sarà quel che sarà". Ma ormai dobbiamo esser preparati alla catastrofe [...] Che anno tempestoso! Quanti sforzi! Quante tristezze! Quante miserie! Quanto ardore! [...] "Ma, ridendo, farò la mia vendetta". Addio. Partirò domani sera per Arcachon. Mi profonderò nel lavoro. Ma la più bella è l'ultima, dodici pagine 8o fittamente vergate su carta intestata HOTEL MEURICE RUE DE RIVOLI PARIS, s.d. (ma 1910): d'Annunzio è ormai in Francia; ormai parla da esule: ho potuto avere - sul mio raccolto futuro, cioè sul sangue del mio sangue - cinquantamila lire. Ne ho ritenute cinquemila per me. Ti ho spedite le quarantacinquemila restanti. Il Del Guzzo aveva promesso - con conferma in un contratto amichevole ma preciso - di pagare tutti i miei debiti prima della partenza. Tu sai che anch'egli s'è burlato di me, portandomi via diciassette manoscritti e l'automobile [...] Il "disastro" è sempre probabile [...] Se riesco a compiere le opere promesse, un larghissimo compenso verrà nelle mie mani rimarginate. Ma per ciò è necessario che io abbia questi cinque mesi di pace e di sforzo ininterrotto [...] Affronterò la catastrofe [...] Il mio paese è immondo. Gli italiani sghignazzando mi gettano addosso il più rancido fango. Qui sono primo fra i primi. Sento ogni giorno la mia regalità intellettuale. Tutte le porte si aprono; e posso dettare la mia legge in ogni campo. Ho ferma fede che qui, in un anno, ricostituirò la mia fortuna [...] Ricordami all'amica buona, a cui racconterò i miei dolori e i miei miracoli in questo inferno. L'inferno, dorato, di Arcachon, tratterrà d'Annunzio per cinque anni di delizie campestri, amori al solito sensualissimi, quasi altrettanto sensuali trasporti per i propri magnifici cani. Poi verrà il tempo dell'eroismo; l'abbandono di Arcachon, e della Francia, sarà un addio assai meno lungo e straziante di quello della Capponcina, e dell'Italia. Ma quella è un'altra storia, molto più nota.
Questo si rivela essere uno dei carteggi più intensi e "autentici" di quel geniale mistificatore che fu d'Annunzio. La vicenda, da teatraccio naturalista, dei debiti e dei creditori, si riscatta in una luce piena, personale, quasi esistenziale. E il Vate risulta persino simpatico. (5)
Questo si rivela essere uno dei carteggi più intensi e "autentici" di quel geniale mistificatore che fu d'Annunzio. La vicenda, da teatraccio naturalista, dei debiti e dei creditori, si riscatta in una luce piena, personale, quasi esistenziale. E il Vate risulta persino simpatico. (5)
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