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Piero Manzoni (1933-1963)
Artist's Resale Right ("Droit de Suite"). Artist's… Read more DA UN'IMPORTANTE COLLEZIONE PRIVATA MILANESE
Piero Manzoni (1933-1963)

Achrome

Details
Piero Manzoni (1933-1963)
Achrome
polistirolo espanso e vernice fosforescente
cm 65x50
Eseguito nel 1960-61
Provenance
Collezione Nanda Vigo, Milano
Galleria dell'Ariete, Milano
Collezione Cochrane, Torino
ivi acquisito dall'attuale proprietario nel 1972
Literature
G. Celant, Piero Manzoni, Milano 1975, p. 225, n. 5 cc (illustrato) F. Battino, L. Palazzoli, Piero Manzoni Catalogue Raisonné, Milano 1991, p. 417, n. 870 (illustrato)
G. Celant, Piero Manzoni, Milano 2004, vol. II, p. 517, n. 841 (illustrato)
Special Notice

Artist's Resale Right ("Droit de Suite"). Artist's Resale Right Regulations 2006 apply to this lot, the buyer agrees to pay us an amount equal to the resale royalty provided for in those Regulations, and we undertake to the buyer to pay such amount to the artist's collection agent.
Post Lot Text
La licenza di esportazione è stata richiesta per il presente lotto
An export licence has been requested for the present lot
Sale Room Notice
L'OPERA È ACCOMPAGNATA DA ATTESTATO DI LIBERA CIRCOLAZIONE
THE WORK IS ACCOMPANIED BY EXPORT LICENCE

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Lot Essay

"Un quadro vale solo in quanto è essere totale; non bisogna dir nulla, "essere"soltanto; due colori intonati o tonalità di uno stesso colore sono già un rapporto estraneo al significato della superficie, unica illimitata, assolutamente dinamica; l'infinito è rigorosamente monocromo, o meglio ancora di nessun colore (e in fondo una monocromia, mancando ogni rapporto di colore, non diventa anch'essa incolore?)".
(P. Manzoni, Libera dimensione, 1960, in G. Celant, Manzoni, cat. mostra, New York, 2009, p. 200)

Aveva una sicurezza totale riguardo a sé e al suo lavoro. Era assolutamente serio in quello che faceva e andava diretto per la sua strada nonostante le critiche e le incomprensioni, anche da parte della famiglia. Non sopportava le ripetizioni sul lavoro ovvero trovare un sistema e seppellircisi. Il quadro bianco, per esempio, aveva avuto successo: per tutta la vita Piero sarebbe potuto andare avanti così e per un attimo gli era venuto il timore di cadere in questa pigrizia mentale. Invece no, continuò sempre la sua ricerca con una lucida determinazione sapendo esattamente dove voleva arrivare al punto che un giorno mi disse "Quello che avevo da fare l'ho fatto, adesso posso anche crepare".
(Nanda Vigo, intervista in Corriere della Sera, 3 giugno 2007)

Benché concisa, la carriera di Piero Manzoni si rivelò estremamente emerita ed influente. Durante la sua breve vita, Manzoni riuscì a capovolgere completamente il concetto di arte, smantellandolo e ricostruendolo in un modo che risultasse concettualmente profondo e ironicamente iconoclastico, come dimostra perfettamente Achrome, del 1960, composto da una superficie in polistirene dipinta. L'opera è essenzialmente priva di colore, una caratteristica espressa dal titolo. La superficie bianca sembra una tela intonsa, un'area d'infinito potenziale. Tuttavia, l'opera si sostiene da sola, esistendo come un'opera d'arte autonoma. La mano dell'artista è stata rimossa il più possibile dal processo creativo per permettere a Manzoni di invocare le qualità universali dell'arte e dell'esistenza che i suoi Achromes ambiscono ad esprimere.
La dimensione rivoluzionaria espressa in Achrome è resa ancora più radicale dall'uso di una vernice fluorescente che emana una luce verde quando vista al buio. Con la serie degli Achromes, iniziata nel 1956, Manzoni esplorò una vasta gamma di nuovi materiali - come, per esempio, le tele increspate e poi solidificate con il caolino o il reticolo di stoffe cucite - introducendo nuove sfide al concetto di superficie pittorica. Nel 1960, Manzoni aggiunse un nuovo gruppo di elementi alla serie, fra cui l'ovatta e il cobalto. Contrariamente alla maniera in cui Manzoni preferiva definire i suoi Achromes, quest'ultimo materiale non era privo di colore. Il cobalto, infatti, cambia colore a seconda delle condizioni atmosferiche: sebbene privo di colore predestinato, il cobalto rimane dunque comunque dotato di un colore versatile e in continuo mutamento. Alle opere eseguite con il cloruro di cobalto, Manzoni associò le opere eseguite con la vernice fluorescente, quali Achrome, poiché anch'esse, brillando al buio, cambiavano apparenza a seconda dell'ambiente. Condizionato dal contesto circostante, il loro aspetto rimuove ancora di più l'azione dell'artista dall'oggetto d'arte, aumentando il senso di universalità di Achrome e sottolineando il carattere autonomo dell'opera.
La riflessione sul colore e sulla sua assenza sono strettamente legate ad Achrome: l'opera è di polistirolo, un materiale che l'artista non ha colorato personalmente ma che, al contrario, ha trattato come un readymade, consentendo al suo colore 'naturale' di soddisfare tutte le vie d'espressione necessarie, aggiungendo però in seguito la vernice fosforescente come unico ulteriore cambiamento.
In Achrome, Manzoni eliminò l'intralcio che la rappresentazione avrebbe potuto porre, rimuovendo quelle strutture, quelle linee e quei colori che avrebbero potuto limitarne il significato, in modo da lasciare l'opera d'arte aperta all'interpretazione. L'Achrome di Manzoni costituisce una tabula rasa, una nuova pagina. La natura rivoluzionaria dell'opera è accentuata dall'originalità dei materiali utilizzati: rifiutando le tradizionali tele e pannelli della pittura, Manzoni scelse di utilizzare invece il polistirolo, un materiale di tipo industriale, che l'artista elevò presentandolo nel contesto artistico. Allo stesso tempo, introducendo con provocazione questo materiale nella sfera elevata e sublime dell'arte, Manzoni poté demolire il piedistallo sul quale l'arte soleva stare, in nessun altro posto più che in Italia con i suoi millenni di cultura e una tradizione pittorica che risale agli Etruschi, ai Romani, al Rinascimento e al Barocco. Aggiungendo questa vernice radiosa e fluorescente, inoltre, Manzoni premise a Achrome di diffondere luce in un modo che forse sorpassa persino i IKBs di Yves Klein.
Emersa dal sommerso del collezionismo privato, dove per decenni l'opera è stata custodita, viene offerta per la prima volta sul mercato. Sul retro dell'opera appare un'etichetta vergata a mano dall'amica artista Nanda Vigo, relativa ad una mostra presso la Galleria del Naviglio di Milano del 1966.

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