"Caro Mario". Gabriele d'Annunzio al suo gioielliere, Milano, Scheiwiller, 1989): e proprio opera del Buccellati è uno dei monili qui presenti, un portasigarette d'argento (cm 5.5 x 7.2, 80 gr. ca. di peso, all'interno punzone d'argento .800, con l'incisione "Mastro Paragon Coppella Orafo del Vittoriale" e la firma sottolineata per esteso "Gabriele d'Annunzio"), commemorativo dell'Impresa di Fiume: il portasigarette reca infatti incisa l'impresa di un pugnale che taglia un nodo (il nodo rappresenta la "questione fiumana" prima del risolutivo intervento del Comandante: l'impresa era in genere accompagnata dal motto "Cosa fatta capo ha"). L'opera risale agli anni Venti (nel 1922 il Vate incontrò il Buccellati, poco più che trentenne marchigiano che divenne in séguito suo gioielliere di fiducia e appunto Mastro Orafo del Vittoriale). Ancora più prezioso l'altro monile-cimelio presente. Si tratta di uno dei più cari ricordi di guerra del poeta, un braccialetto d'oro .750 (18K), opera dell'orafo torinese Musy, che reca incisa la placca del motore del velivolo col quale venne compiuto il celebre volo propagandistico su Vienna del 9 agosto 1918 (la data à anche incisa all'interno del gioiello), e che d'Annunzio donò alla Contessa Morosini, presidente del comitato delle Donne Veneziane. Nell'occasione le scrisse: "Mia cara amica, ecco il lieve ricordo del lungo volo: la placchetta del motore fedele, con l'imagine dell'Ibis, dell'uccello sacro, distruttore di rettili. Sono felice di poterlo offrire a chi mi portò fortuna nel mio primo volo di guerra". L'immagine dell'Ibis è ovviamente allusiva al noto motto oracolare sui destini in guerra degli audaci (che infatti è altresì inciso sul monile: Ibis et redibis). La vicenda, narrata da Gino Damerini (D'Annunzio a Venezia, Milano, Mondadori, 1943), è perfettamente emblematica dello spirito, insieme avventuroso e lussuosamente decadente, col quale il "poeta armato" condusse in quei mesi cruciali le proprie imperiture imprese belliche. (2) " /> D'ANNUNZIO, Gabriele. Non è una novità, per gli appassionati dell'Imaginifico, scoprire il suo rapporto privilegiato con orefici e gioiellieri. Non si tratta solo della viscerale coazione al collezionismo di quello definito da Croce "dilettante di sensazioni", ma di qualcosa di insieme più complesso e radicale. D'Annunzio aveva l'idea precisa di una scrittura-monile: dalla trascendentale purezza, dal pregio fastoso, dalla minerale, tagliente durezza oggettuale. E vedeva nell'orafo, dunque, una specie di proprio corrispettivo in campo manuale. Sono note le sue belle lettere al gioielliere Mario Buccellati (Gabriella Buccellati, <I>"Caro Mario". Gabriele d'Annunzio al suo gioielliere</I>, Milano, Scheiwiller, 1989): e proprio opera del Buccellati è uno dei monili qui presenti, un portasigarette d'argento (cm 5.5 x 7.2, 80 gr. ca. di peso, all'interno punzone d'argento .800, con l'incisione "Mastro Paragon Coppella Orafo del Vittoriale" e la firma sottolineata per esteso "Gabriele d'Annunzio"), commemorativo dell'Impresa di Fiume: il portasigarette reca infatti incisa l'impresa di un pugnale che taglia un nodo (il nodo rappresenta la "questione fiumana" prima del risolutivo intervento del Comandante: l'impresa era in genere accompagnata dal motto "Cosa fatta capo ha"). L'opera risale agli anni Venti (nel 1922 il Vate incontrò il Buccellati, poco più che trentenne marchigiano che divenne in séguito suo gioielliere di fiducia e appunto Mastro Orafo del Vittoriale). Ancora più prezioso l'altro monile-cimelio presente. Si tratta di uno dei più cari ricordi di guerra del poeta, un braccialetto d'oro .750 (18K), opera dell'orafo torinese Musy, che reca incisa la placca del motore del velivolo col quale venne compiuto il celebre volo propagandistico su Vienna del 9 agosto 1918 (la data à anche incisa all'interno del gioiello), e che d'Annunzio donò alla Contessa Morosini, presidente del comitato delle Donne Veneziane. Nell'occasione le scrisse: "Mia cara amica, ecco il lieve ricordo del lungo volo: la placchetta del motore fedele, con l'imagine dell'Ibis, dell'uccello sacro, distruttore di rettili. Sono felice di poterlo offrire a chi mi portò fortuna nel mio <I>primo volo di guerra</I>". L'immagine dell'Ibis è ovviamente allusiva al noto motto oracolare sui destini in guerra degli audaci (che infatti è altresì inciso sul monile: <I>Ibis et redibis</I>). La vicenda, narrata da Gino Damerini (<I>D'Annunzio a Venezia</I>, Milano, Mondadori, 1943), è perfettamente emblematica dello spirito, insieme avventuroso e lussuosamente decadente, col quale il "poeta armato" condusse in quei mesi cruciali le proprie imperiture imprese belliche. (2) | Christie's